Alla festa di Gioventù Nazionale, Fenix, Giorgia Meloni si è presentata con il suo repertorio ormai logoro: minacce, richiami al terrorismo rosso, vittimismo contro una presunta persecuzione nei confronti della destra, e attacchi al Sessantotto. Sul palco, davanti ai "cameratini" di Fratelli d'Italia, la premier ha recitato lo stesso copione che ormai, negli ultimi giorni, è diventato un tormentone... più da avanspettacolo che da cronaca politica:"Le minacce si moltiplicano man mano che dimostriamo di saper governare questa nazione, ma non abbiamo paura".

L'uso politico della paura
Meloni ha rievocato le Brigate Rosse e l'omicidio di Sergio Ramelli, accostandoli a polemiche contemporanee come il caso di Charlie Kirk. Un "volo pindarico" che punta a creare un nemico permanente, a rafforzare la narrativa di perenne contrapposizione, e a dipingere la destra come vittima eterna.

Il passaggio su Kirk è emblematico: "Nessuno ha condannato il post che lo mostrava a testa in giù. Tutti zitti". Un'accusa assurda, l"ennesima costruzione utile a galvanizzare la base senza un reale confronto con la realtà. Il riferimento è a un post di un movimento antagonista che conoscono in pochi, il cui post sarebbe passato inosservato se lei non lo avesse pubblicizzato.

La scuola come campo di battaglia ideologica
Gran parte del discorso è stata dedicata all'ossessione storica della destra italiana: demolire l'eredità del Sessantotto. Meloni ha definito "disastri del '68" la stagione che ha aperto l'istruzione a più classi sociali, attaccando il cosiddetto "6 politico" e la "distorta idea di uguaglianza".

Il messaggio è chiaro: per questo governo, l'uguaglianza è un problema, mentre la parola d'ordine è merito. Peccato che il concetto di merito venga piegato a convenienza, diventando un alibi per escludere e dividere.

La riforma della Maturità
La premier ha rivendicato la linea dura anche sugli esami di Stato: chi rifiuta una prova viene bocciato, chi sceglie la "scena muta" deve ripetere l'anno. Una visione punitiva che ignora il contesto, i problemi strutturali della scuola e le condizioni degli studenti. Ancora una volta la destra preferisce il manganello simbolico alla ricerca di soluzioni reali.

Il coraggio... della propaganda
Meloni si autoproclama campionessa del coraggio: "Essere coraggiosi oggi significa non avere paura di dire la verità". Ma di quale verità parla? La verità raccontata dal suo governo è una costruzione ideologica, fatta di paure agitate ad arte e nemici inventati.

Il discorso a Fenix conferma una costante: Meloni non governa per unire, governa alimentando contrapposizioni. La narrazione del "noi perseguitati" serve a nascondere le falle di una maggioranza che, dietro i proclami, arranca sui dossier economici, sociali ed europei.


Altro che coraggio: quello di Meloni è puro calcolo politico. Usare il passato come arma, agitare spettri per cementare consenso, scaricare sull'avversario politico la colpa di ogni problema. È la solita strategia: vittimismo al posto della responsabilità, propaganda invece di soluzioni.