Pentagono, arriva il test del testosterone per i soldati. L'ultima crociata di Hegseth trasforma la medicina militare in una battaglia ideologica
L'amministrazione Trump continua a imprimere il proprio marchio ideologico sulle istituzioni federali e questa volta il bersaglio è la sanità militare. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato l'introduzione di un nuovo programma di screening annuale del testosterone per i militari di età pari o superiore ai 30 anni, mentre quelli più giovani potranno aderire su base volontaria. L'obiettivo dichiarato è garantire che le truppe operino al loro "massimo livello assoluto", mantenendole "forti, resilienti e capaci" di affrontare le esigenze del campo di battaglia moderno.
Non è una boutade, è tutto vero!
Presentata come una misura di prevenzione sanitaria, l'iniziativa si inserisce però in un contesto politico e culturale molto più ampio, nel quale l'amministrazione Trump e alcuni dei suoi principali esponenti stanno trasformando il testosterone da ormone oggetto di valutazioni cliniche in una sorta di simbolo identitario della nuova destra americana. Una scelta che suscita interrogativi scientifici, politici e persino etici.
Dalla medicina alla propaganda
Nel video con cui ha presentato il programma, Hegseth ha precisato che la terapia sostitutiva con testosterone resterà volontaria e che il progetto "non riguarda il potenziamento artificiale". Una precisazione che appare necessaria proprio perché il confine tra terapia medica e miglioramento delle prestazioni è uno dei punti più controversi dell'intera vicenda.
Il Pentagono, interrogato sui presupposti scientifici della decisione, non ha fornito studi, ricerche o linee guida accademiche che abbiano motivato l'introduzione dello screening sistematico. L'unica spiegazione è rimasta quella dello stesso Hegseth: mantenere la prontezza fisica e psicologica delle forze armate.
È una motivazione estremamente generica per una misura sanitaria che coinvolge centinaia di migliaia di militari e che si discosta dalle raccomandazioni della maggior parte delle società scientifiche.
Le linee guida raccontano una storia diversa
Le attuali raccomandazioni mediche, infatti, non suggeriscono uno screening generalizzato della popolazione maschile per individuare eventuali deficit di testosterone.
La pratica clinica prevede un percorso molto diverso: il medico valuta la presenza di sintomi compatibili con un deficit ormonale, effettua due distinti esami del sangue eseguiti nelle corrette condizioni – generalmente al mattino e a digiuno, quando i livelli dell'ormone sono più affidabili – e solo successivamente prende in considerazione una eventuale terapia sostitutiva.
Non è una procedura burocratica, ma il risultato di decenni di ricerca. I livelli di testosterone oscillano infatti naturalmente nell'arco della giornata e possono essere influenzati da sonno, stress, alimentazione, attività fisica e numerosi altri fattori. Per questo motivo uno screening di massa rischia inevitabilmente di produrre risultati difficili da interpretare.
Gli studi esistono, ma raccontano una realtà molto meno spettacolare
Negli ultimi anni la ricerca ha certamente rivalutato alcuni benefici della terapia con testosterone nei pazienti realmente affetti da ipogonadismo o da deficit documentato.
Gli studi hanno evidenziato miglioramenti della funzione sessuale, della libido, della densità ossea, della massa muscolare e, in alcuni casi, dell'umore. Parallelamente sono diminuite le preoccupazioni riguardo ai possibili rischi cardiovascolari, tanto che la Food and Drug Administration ha eliminato la precedente avvertenza rafforzata relativa a infarto e ictus.
Ma la stessa letteratura scientifica mostra anche ciò che il messaggio politico tende a lasciare sullo sfondo.
Non sono emersi miglioramenti significativi nella memoria, nella stanchezza cronica, nel benessere generale o nelle capacità cognitive. In altre parole, il testosterone non rappresenta quella sorta di "elisir della forza" spesso evocato da influencer, divulgatori improvvisati e sostenitori del movimento "Make America Healthy Again", vicino al segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr.
È qui che la comunicazione dell'amministrazione Trump sembra sovrapporre dati scientifici reali a conclusioni molto più ambiziose e decisamente meno dimostrate.
Un curioso cambio di prospettiva
L'aspetto forse più singolare dell'intera vicenda è la coerenza politica. Negli ultimi mesi la stessa amministrazione ha assunto posizioni estremamente rigide contro ogni forma di terapia ormonale destinata alle persone transgender, definendola incompatibile con la visione della medicina sostenuta dalla Casa Bianca.
Ora, però, la stessa amministrazione promuove uno screening sistematico per individuare eventuali candidati a una terapia ormonale sostitutiva.
La senatrice democratica Tammy Duckworth, veterana della guerra in Iraq, ha colto immediatamente la contraddizione, osservando che l'iniziativa "assomiglia molto a una terapia di affermazione di genere", riferendosi proprio alle posizioni assunte da Hegseth contro i militari transgender.
La provocazione evidenzia un evidente doppio standard: gli ormoni sembrano diventare perfettamente accettabili quando rientrano nella narrazione politica dell'"uomo forte", mentre vengono osteggiati quando riguardano categorie considerate ideologicamente sgradite.
E le donne?
Un'altra questione rimasta completamente senza risposta riguarda il personale femminile. Il Pentagono non ha chiarito se le militari potranno accedere a valutazioni analoghe per eventuali terapie correlate agli estrogeni durante la perimenopausa o la menopausa, condizioni che possono incidere significativamente sul benessere e sulle prestazioni lavorative.
Sia Duckworth sia la deputata democratica Chrissy Houlahan, anch'essa veterana dell'Air Force, hanno chiesto che gli screening ormonali vengano estesi indistintamente a uomini e donne.
Le due parlamentari ricordano inoltre come gli studi mostrino che il personale militare presenti tassi di infertilità superiori rispetto alla popolazione generale e sostengono che un programma sanitario realmente orientato alla prevenzione dovrebbe affrontare il problema nel suo complesso, anziché concentrarsi esclusivamente sul testosterone maschile.
La richiesta appare tanto più significativa considerando che Hegseth ha più volte dichiarato di non ritenere opportuno che le donne ricoprano ruoli di combattimento e ha assunto decisioni che hanno rallentato promozioni o portato alla rimozione di alcune dirigenti militari.
Il precedente dei Navy SEAL
Il nuovo programma arriva inoltre dopo anni di polemiche proprio sull'utilizzo di testosterone e sostanze analoghe all'interno delle forze speciali americane.
La morte di una recluta dei Navy SEAL durante l'addestramento nel 2022 portò infatti alla scoperta di testosterone e altre sostanze dopanti, facendo emergere un fenomeno molto più esteso di quanto fosse stato ammesso fino a quel momento.
L'anno successivo la Marina decise di introdurre specifici controlli antidoping per individuare qualsiasi sostanza ormonale correlata al testosterone capace di favorire l'aumento della massa muscolare.
Oggi il Pentagono si trova quindi nella posizione paradossale di voler distinguere rigidamente tra uso terapeutico e uso prestazionale proprio dopo aver dovuto affrontare uno dei più delicati scandali legati agli steroidi nelle proprie unità d'élite.
La medicina non segue gli slogan
L'impressione complessiva è che il dibattito sanitario sia stato progressivamente sostituito da una narrazione politica.
L'idea che il declino del testosterone rappresenti uno dei grandi problemi dell'America contemporanea appartiene infatti molto più all'immaginario culturale di una parte della destra statunitense che alle priorità indicate dalle principali organizzazioni mediche internazionali.
Naturalmente esistono uomini che soffrono di un autentico deficit ormonale e che possono trarre benefici concreti dalla terapia sostitutiva. Nessun endocrinologo serio mette in discussione questo principio.
Diverso è trasformare un trattamento destinato a specifiche condizioni cliniche in un programma di screening generalizzato senza presentare solide basi scientifiche a sostegno dell'iniziativa.
Quanto sta accadendo dimostra che anche il Pentagono stia diventando sempre più il laboratorio delle battaglie culturali dell'amministrazione Trump. Dopo le campagne contro i programmi di inclusione, le restrizioni ai militari transgender, le polemiche sul ruolo delle donne nelle forze armate e perfino l'abolizione dell'obbligo vaccinale antinfluenzale — decisione seguita poche settimane dopo da un focolaio influenzale che ha colpito quasi 300 reclute dell'Air Force — ora anche il testosterone entra nel lessico politico della Casa Bianca.
Più che una rivoluzione sanitaria, sembra l'ennesimo tentativo di costruire un racconto simbolico della forza maschile elevata a paradigma di governo. Ma la medicina, fortunatamente, continua a funzionare con dati, diagnosi e linee guida, non con gli slogan.