Diritti a parole, muri nei fatti: l'Europa smentisce l'ONU sul diritto d'asilo
Mentre l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Barham Salih, chiedeva oggi agli Stati membri un cambio di rotta globale nella gestione delle crisi dei rifugiati, il Parlamento europeo votava provvedimenti che, nei fatti, smantellano il diritto d'asilo nell'Unione Europea. Una contraddizione frontale, politica e morale, che mette a nudo l'ipocrisia dell'Europa dei diritti.
Da una parte l'ONU, che richiama gli Stati alla responsabilità storica della Convenzione sui rifugiati del 1951, dall'altra l'UE che costruisce un sistema sempre più orientato all'esclusione, ai respingimenti mascherati, alla detenzione amministrativa e all'esternalizzazione delle frontiere. Le parole parlano di protezione, le decisioni vanno nella direzione opposta.
Nel suo primo briefing ufficiale agli Stati membri, Salih ha chiesto una svolta netta: meno assistenzialismo permanente, più soluzioni strutturali, più integrazione, più protezione internazionale reale. Ha ricordato che l'assistenza umanitaria salva vite, ma non può diventare una gabbia a vita per intere generazioni. “Il successo si misura sulla capacità delle persone di ricostruire le proprie vite”, non sulla quantità di tende montate o pacchi alimentari distribuiti.
I numeri sono impietosi: quasi 117 milioni di persone sono oggi sfollate nel mondo, 42,5 milioni sono rifugiati. Milioni vivono in un limbo che dura da anni, esclusi dai sistemi nazionali, senza diritti, senza futuro, dipendenti dagli aiuti. Non è una fatalità naturale: è una scelta politica.
Salih ha indicato una strategia chiara: rimpatri volontari sicuri, integrazione locale, reinsediamento, collegamento tra aiuti umanitari, sviluppo e pace, autosufficienza, inclusione nei sistemi nazionali. In Kenya ha visto cosa succede quando ai rifugiati è permesso lavorare e studiare. In Ciad ha toccato con mano cosa significa affrontare emergenze con risorse insufficienti. In Turchia e Giordania ha osservato cosa serve davvero per un ritorno sicuro e volontario.
Il messaggio è semplice: salvare vite oggi non basta, se domani quelle stesse vite restano intrappolate in un esilio permanente.
Eppure, proprio oggi, l'Unione Europea va nella direzione opposta. Le decisioni del Parlamento europeo svuotano il diritto d'asilo di contenuto reale, trasformandolo in una procedura amministrativa difensiva, non in una tutela giuridica. L'Europa che si proclama paladina dei diritti umani costruisce un sistema che seleziona, respinge, filtra, blocca. La protezione diventa un'eccezione, non un diritto.
La distanza tra il linguaggio dell'ONU e le scelte europee è ormai abissale. Da un lato si parla di responsabilità condivisa, protezione internazionale, dignità. Dall'altro si produce una politica migratoria basata sulla deterrenza, sulla chiusura e sulla paura.
Salih ha promesso riforme, trasparenza, efficienza, responsabilità finanziaria dentro l'UNHCR. Ha chiesto fondi prevedibili, meno vincoli politici sui finanziamenti, più coerenza tra principi e azioni. Ma il problema non è solo economico: è politico.
Il punto è semplice e brutale: non esiste protezione internazionale senza diritto d'asilo. Non esistono “soluzioni durature” se l'accesso alla protezione viene cancellato alla frontiera. Non esiste retorica umanitaria che tenga, se le leggi producono esclusione.
Oggi l'ONU chiede più protezione. Oggi l'Europa la riduce. Questa non è una sfumatura tecnica. È una scelta di campo. E dice molto di quale idea di civiltà l'Unione Europea stia costruendo.
Crediti immagine: © UNHCR/Charity Nzomo