E adesso Giorgia Meloni celebra anche il disastro del PNRR
Dal “primato europeo” raccontato da Palazzo Chigi alla realtà dei ritardi, delle opere rinviate e di un piano senza una vera strategia industriale: il PNRR meloniano è l’ennesima montagna di soldi pubblici spesi inutilmente senza cambiare davvero il Paese.
Il PNRR raccontato da Giorgia Meloni sembra ormai una di quelle televendite notturne in cui il venditore, con tono entusiasta, continua a ripetere che “funziona tutto perfettamente”, mentre dietro le quinte si sente odore di bruciato e pezzi di mobilio che cadono. Nel suo ultimo intervento pubblico, la presidente del Consiglio ha dipinto un’Italia lanciata a tutta velocità verso il traguardo europeo: primato continentale, centinaia di miliardi ricevuti, migliaia di progetti conclusi, governance impeccabile, “pancia a terra” e macchina amministrativa finalmente efficiente. Un racconto trionfale, quasi epico. Peccato che, fuori dalla narrazione ufficiale di Palazzo Chigi, il quadro reale sia molto meno scintillante e molto più vicino a una gigantesca corsa contro il tempo fatta di ritardi, cantieri fantasma, opere riprogrammate e controlli progressivamente indeboliti.
La frase più interessante del discorso di Meloni, forse involontariamente, è quella in cui rivendica di aver “rivisto il piano” dialogando con Bruxelles. Tradotto dal linguaggio governativo all’italiano corrente: molti obiettivi originari del PNRR sono stati modificati, ridimensionati, rinviati o sostituiti perché semplicemente irrealizzabili nei tempi previsti. E questo non per colpa di un destino cinico e baro, ma perché l’Italia continua ad avere una macchina amministrativa lentissima, una cronica incapacità progettuale e una frammentazione burocratica che nessun governo, incluso quello attuale, ha davvero affrontato.
Il punto è che la propaganda meloniana continua a confondere i soldi “assegnati” con i progetti realmente completati e soprattutto con gli effetti concreti sull’economia reale. Ricevere tranche europee non significa automaticamente trasformarle in sviluppo strutturale. Significa aver raggiunto milestone e target spesso costruiti su riforme formali, decreti, procedure amministrative o atti normativi. Il problema arriva dopo: mettere a terra gli investimenti, aprire i cantieri, terminarli nei tempi, evitare sprechi e soprattutto generare crescita duratura. Ed è qui che la retorica governativa comincia a scricchiolare.
Perché se davvero il PNRR fosse quella macchina perfetta raccontata da Meloni, oggi il Paese dovrebbe vedere una trasformazione tangibile nei servizi pubblici, nei trasporti, nella sanità territoriale, nella digitalizzazione, nelle scuole, nella transizione ecologica. Invece molti sindaci denunciano ritardi, carenza di personale tecnico, aumento dei costi delle opere e procedure ingestibili. In numerosi casi i progetti vengono rimodulati non perché migliorati, ma perché non si riesce materialmente a completarli entro il 2026. È il motivo per cui il governo ha chiesto più volte modifiche e spostamenti di fondi. Una necessità comprensibile, certo, ma assai diversa dalla favola del “primato europeo” raccontata nei video istituzionali.
E poi c’è il tema più delicato: quello dei controlli. Meloni rivendica una “nuova governance di sistema”, ma quella governance si è spesso tradotta in una crescente centralizzazione politica e in un progressivo allentamento dei meccanismi di verifica. Negli ultimi anni il governo ha indebolito diversi strumenti di controllo sugli appalti, ridotto il ruolo di alcune forme di vigilanza preventiva e spinto sull’accelerazione delle procedure in nome dell’urgenza. Il mantra è sempre lo stesso: bisogna correre. Ma in Italia, storicamente, quando la politica ripete ossessivamente che bisogna “correre”, il rischio è che qualcuno finisca per correre direttamente sopra le regole.
L’abolizione o il ridimensionamento di alcuni controlli preventivi della Corte dei Conti è stato uno dei segnali più evidenti di questa impostazione. Ufficialmente per “snellire”. Nella pratica, molti osservatori hanno visto il tentativo di limitare gli ostacoli e le verifiche su un’enorme massa di denaro pubblico da spendere in tempi strettissimi. Il messaggio implicito è stato piuttosto chiaro: meno verifiche, più velocità. Una filosofia che forse può funzionare in una presentazione PowerPoint, un po’ meno quando si parla di centinaia di miliardi destinati a opere pubbliche in un Paese che ha una lunga tradizione di sprechi, incompiute e scandali.
E infatti il vero convitato di pietra del PNRR italiano resta sempre lui: la capacità dello Stato di spendere bene. Perché il problema non è soltanto spendere tanto. Anche i bonus edilizi hanno mosso montagne di denaro. La questione è capire se quei soldi costruiscono crescita stabile oppure drogano temporaneamente alcuni settori senza lasciare nulla di strutturale. Su questo il governo Meloni continua a muoversi più sul terreno della comunicazione che su quello della strategia industriale.
Nel discorso della premier si parla continuamente di “cantieri”, “progetti”, “investimenti”, ma quasi mai di quale modello economico l’Italia voglia costruire da qui ai prossimi dieci o vent’anni. Dov’è la strategia per l’innovazione tecnologica? Dove sono i grandi investimenti pubblici coordinati per aumentare produttività e salari? Dove sono le politiche industriali capaci di evitare che il Paese resti schiacciato tra il declino manifatturiero europeo e la competizione asiatica? Il PNRR rischia di diventare un gigantesco distributore automatico di fondi scollegati tra loro, senza una visione organica di sviluppo.
Nel frattempo la propaganda continua a martellare sui numeri. “660 mila progetti finanziati”. Una cifra enorme, quasi irreale. Ma basta scavare un po’ per capire che dentro quel numero c’è di tutto: piccoli interventi comunali, digitalizzazioni minori, opere ancora sulla carta, microprogetti distribuiti in migliaia di enti locali. Il rischio è che si usi la quantità per nascondere la mancanza di qualità e soprattutto l’assenza di un impatto sistemico chiaramente misurabile.
Il paradosso finale è che Meloni oggi rivendica il PNRR quasi fosse una creazione politica del suo governo, quando in realtà Fratelli d’Italia era stata tra le forze più critiche verso l’impianto originario del Next Generation EU. Ora invece il piano viene celebrato come un successo patriottico da intestarsi politicamente. Una metamorfosi notevole: da simbolo dell’Europa tecnocratica a monumento dell’efficienza meloniana. Mancano soltanto le frecce tricolori sopra Palazzo Chigi e poi la trasformazione propagandistica sarebbe completa.
La realtà, però, resta molto meno cinematografica. Il PNRR italiano continua a essere una gigantesca occasione storica sospesa tra potenzialità enormi e limiti strutturali mai davvero risolti. E più il governo insiste nel raccontarlo come un trionfo già compiuto, più aumenta la certezza che la narrazione serva soprattutto a coprire tutto ciò che non funziona. Perché nei grandi progetti pubblici italiani c’è sempre un momento in cui la politica smette di parlare delle opere e comincia a parlare delle slide. E quando si arriva alle slide, di solito, significa che i problemi veri stanno appena iniziando.
Il testo della dichiarazione di Giorgia Meloni:
Poco meno di quattro anni fa abbiamo ereditato una grande responsabilità, portare avanti il piano di ripresa e resilienza più consistente d'Europa, sia dal punto di vista finanziario che degli obiettivi da raggiungere. Una sfida che alcuni consideravano molto complessa, altri addirittura proibitiva, qualcuno perfino impossibile da vincere.
Eppure non ci siamo scoraggiati, ci siamo messi sub ito al lavoro, pancia a terra fin dal primo istante, facendo come prima cosa quella che avevamo promesso e che molti credevano impraticabile, ovvero rivedere il piano e adattarlo alle nuove priorità dell'Italia. Dialogando con la Commissione europea abbiamo rivisto gli obiettivi, corretto le criticità, integrato il piano con il Repower EU, cioè con gli investimenti sulla sicurezza energetica. Ed è nato così il nuovo PNRR italiano, un piano più coerente, più capace di rispondere ai bisogni concreti dei cittadini, delle famiglie e delle imprese.
Da quel momento in poi, anche grazie alla nuova governance di sistema che abbiamo costruito, non ci siamo più fermati, abbiamo speso ogni giorno per costruire le condizioni affinché ogni investimento, ogni progetto, ogni cantiere pot esse essere avviato. Non è stato ovviamente un cammino semplice, però abbiamo rispettato la tabella di marcia e oggi possiamo rivendicare con un pizzico di orgoglio che siamo stati all'altezza del compito. Grazie all'impegno corale del sistema Italia, dei ministeri, delle amministrazioni centrali, delle regioni, delle province, dei comuni, dei soggetti attuatori, siamo riusciti in questi anni a tenere sempre il passo. Ed è così che l'Italia ha raggiunto e mantenuto nel tempo il primato europeo nell'attuazione del piano.
Un primato che trova corrispondenza nei numeri che abbiamo maturato finora e che continueranno a crescere nelle pross ime settimane e nei prossimi mesi. 166 miliardi di euro ricevuti, 416 traguardi raggiunti, 660 mila progetti finanziati di cui 550 mila conclusi e circa 100 mila in fase avanzata di realizzazione. Ora non ci rimane che fare l'ultimo miglio, probabilmente il più impegnativo.
Ma come accade anche nello sport, questo è il momento decisivo nel quale bisogna dare il massimo, spingere il più possibile sull'acceleratore. Perché il traguardo è in vista e manca davvero pochissimo per tagliarlo. Agli italiani avevamo promesso che avremmo prima migliorato il PNRR e che poi lo avremmo attuato passo dopo passo. Ed è quello che abbiamo fatto, senza fermarci mai neanche davanti agli imprevisti più grandi. Perché per noi gli impegni con i cittadini vanno rispettati, sempre e a qualunque costo.
Oggi senza timore di smentita possiamo dire che il PNRR non è qualcosa di astratto. E quindi grazie. Grazie del lavoro che abbiamo fatto e grazie soprattutto del lavoro che continueremo a fare per vincere questa sfida.