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La manovra della vergogna: il governo ha tentato di proteggere chi sfrutta i lavoratori colpendo addirittura il lavoro povero

Quella che ieri si è consumata intorno alla legge di bilancio non è una semplice svista tecnica né un incidente di percorso. È l’ennesima riprova di un disegno politico chiaro: comprimere i diritti del lavoro, tutelare chi sfrutta e blindare il tutto dietro procedure opache e forzature istituzionali.

Il blitz dell’ultimo minuto con cui governo e maggioranza hanno tentato di far passare un emendamento che avrebbe impedito ai lavoratori di recuperare stipendi e contributi rubati loro negli anni è una macchia difficilmente cancellabile. Una norma che, di fatto, avrebbe garantito l’impunità ai datori di lavoro condannati dai giudici, cancellando retroattivamente il diritto al risarcimento. Una sanatoria per chi non paga, mascherata da intervento tecnico. Altro che errore: era una scelta politica deliberata.

Il fatto che l’emendamento sia stato prima stralciato dal decreto Ilva, poi reinserito nella manovra e infine ritirato di nuovo sotto la pressione delle proteste dice tutto sul livello di confusione e cinismo che regna a Palazzo Chigi. Il governo ha provato a farla franca contando sul caos procedurale e sulla compressione del dibattito parlamentare. È stato costretto a fare marcia indietro solo perché la vigliaccata era troppo grande perfino per essere fatta digerire in silenzio.

Parliamo di una norma palesemente incostituzionale, che non avrebbe nemmeno dovuto trovare posto in una legge di bilancio, trattandosi di materia ordinamentale. Eppure è arrivata fin lì, a un soffio dal voto finale in Senato, infilata in un maxiemendamento discusso mentre l’aula era già al lavoro. Questo è il metodo: forzare, confondere, nascondere. E se va male, ritirare tutto facendo finta di nulla.

Il ministro dell’Economia ha parlato di “arrivare in vetta”. Ma qui non c’è nessuna vetta, solo una serie di scivoloni all’indietro che rivelano l’assenza di una linea coerente e la totale subalternità agli interessi dei più forti. I sindacati lo hanno detto chiaramente: i crediti di lavoro sono diritti esigibili, non concessioni revocabili. Il lavoro svolto va pagato sempre, integralmente. Mettere in discussione questo principio significa scardinare le basi stesse dello Stato di diritto.

E mentre il governo ritira una norma indecente, ne prepara un’altra altrettanto odiosa. Saltato il “salva-imprenditori”, arriva l’ennesimo intervento punitivo sulle pensioni, soprattutto per i lavoratori precoci e usurati. Dopo i tentativi maldestri di allungare le finestre previdenziali e colpire il riscatto della laurea, la direzione resta sempre la stessa: far pagare il conto a chi ha già pagato troppo.

I veri perdenti di questa manovra sono evidenti. Sono i lavoratori, sempre più poveri e sempre meno tutelati. Sono i cittadini che subiranno i tagli agli enti locali e ai ministeri, in nome di un’austerità che durerà anni e che viene venduta come “buon governo”. Un’austerità che però fa un’unica, enorme eccezione: la spesa militare. Quella non si tocca, anzi aumenta di decine di miliardi, con l’obiettivo dichiarato di arrivare al 5% del Pil mentre lo Stato sociale viene smantellato pezzo dopo pezzo.

Il tutto dentro una legge di bilancio mostruosa, un unico articolo con quasi mille commi, blindata dalla fiducia e destinata a passare anche alla Camera senza un vero esame. Il Parlamento ridotto a passacarte, il bicameralismo svuotato, la democrazia compressa in nome della “governance”. Non è efficienza: è una regressione democratica.

Questa è l’eredità che il governo Meloni sta costruendo: meno diritti, più disuguaglianze, istituzioni piegate agli interessi di pochi. E quando qualcuno prova a chiamare le cose con il loro nome, la risposta è sempre la stessa: un passo indietro tattico, in attesa del prossimo attacco.

Autore Egidio Marinozzi
Categoria Politica
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