Cultura e Spettacolo

“OK BOOMER”: i Boomer raccontati da dentro

 Stefano Durante firma un saggio che unisce memoir e analisi, riportando in vita la complessità di una generazione che ha attraversato rivoluzioni, delusioni, musica e militanza. Una lettura capace di parlare anche ai più giovani, senza nostalgie e con uno sguardo lucido sul presente che ci circonda.

 

 

Stefano, quanto del presente nasce direttamente dalle battaglie dei Boomer?

Molto più di quanto spesso si riconosca.

I Boomer hanno piantato molti semi e, in alcuni casi, vere e proprie piante che fanno ancora parte del nostro presente. Penso innanzitutto alle battaglie per i diritti civili: la lotta contro il razzismo, l’impegno per la pace, il riconoscimento dei diritti individuali e collettivi. È la generazione che ha aperto la strada a conquiste fondamentali come il divorzio e l’aborto, che hanno cambiato profondamente il modo di intendere libertà, autodeterminazione e vita familiare.

Hanno inoltre contribuito a costruire una cultura del rispetto, della tolleranza e dell’inclusione, ponendo le basi per il riconoscimento di ciò che oggi chiamiamo comunità LGBTQ+. E, forse prima di molte altre, hanno anche introdotto il tema dell’ecologia e del rispetto dell’ambiente, quando ancora non era un’emergenza globale ma un’intuizione etica e politica.

Il presente non nasce dal nulla: molte delle libertà che oggi consideriamo scontate sono il frutto diretto di quelle battaglie, anche quando ce ne siamo dimenticati.

Quali sono gli errori storici che riconosci alla tua generazione?

Credo che l’errore storico più grave sia stato lo scivolamento verso la violenza politica.
I Boomer sono stati una generazione profondamente intrisa di politica: si discuteva di politica ovunque, tutto veniva letto in chiave politica, e questo aveva inizialmente un valore alto di partecipazione e consapevolezza. Il problema è nato quando quella tensione ideale si è trasformata, per una parte minoritaria ma rumorosa, in azione violenta.

Da quel momento si è prodotta una frattura profonda. Eventi come l’omicidio di Aldo Moro e di Guido Rossa – un sindacalista, simbolicamente centrale – insieme alle cosiddette stragi di Stato, da Piazza Fontana all’Italicus, da Brescia alla stazione di Bologna, hanno segnato uno spartiacque. Lì si è incrinato definitivamente il rapporto tra movimento e società.

La reazione è stata una comprensibile richiesta di sicurezza, normalità, tranquillità. Ed è da quella ferita che nasce il grande cambio di mentalità che caratterizza gli anni ’80.
Naturalmente non parlo da storico, ma da testimone e narratore: OK BOOMER non è un libro politico in senso stretto, ma un tentativo di capire come certe scelte, anche tragiche, abbiano inciso sul clima culturale e psicologico del Paese.

Nel libro affronti anche la paura del cambiamento: è una costante umana o generazionale?

È una costante umana, profondamente umana.

Il cambiamento fa paura sempre, a prescindere dall’età o dalla generazione. Esiste quasi sempre una resistenza iniziale, anche di fronte a trasformazioni minime: basta pensare a quanto esitiamo perfino davanti all’idea di spostare un divano in salotto, chiedendoci se ne valga davvero la pena.

Questo accade perché il cambiamento costa fatica, rompe equilibri, obbliga a rimettere in discussione abitudini e certezze. Per accettarlo, l’essere umano ha bisogno di intravedere un vantaggio chiaro, concreto, o almeno una promessa credibile di miglioramento.

In questo senso, la paura del cambiamento non è un tratto generazionale, ma una dinamica universale. Le generazioni cambiano, la fatica di cambiare resta.

È vero che i Boomer sono stati gli ultimi “sognatori collettivi”?

Se per “sognatori collettivi” intendiamo una generazione capace di condividere visioni, desideri e obiettivi comuni, allora sì: al momento direi di sì.

I Boomer non sono stati forse gli ultimi in senso assoluto, ma certamente gli ultimi a esprimere una spinta collettiva così ampia, trasversale e socialmente riconoscibile. Le generazioni successive hanno avuto istanze forti, ma più frammentate, meno capaci di trasformarsi in un immaginario condiviso.

Quella dei Boomer è stata una rivoluzione epocale: sociologica, politica, culturale e musicale. Non solo una somma di sogni individuali, ma un’idea di cambiamento vissuta come esperienza comune.

Mi auguro che non sia stato un caso irripetibile. Perché queste spinte collettive, quando non degenerano, sono profondamente positive: rimettono in movimento la società, aprono possibilità, costringono tutti a interrogarsi sul futuro.

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Autore micro961
Categoria Cultura e Spettacolo
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