Stati Uniti-Iran: lo scontro si avvicina?
Le tensioni tra Stati Uniti e Iran tornano a salire pericolosamente, mentre i due Paesi si preparano a colloqui mediati in Oman nel tentativo di evitare un conflitto diretto. Ma il linguaggio usato dalle parti in campo racconta una realtà ben diversa: la guerra non è più un'ipotesi remota, è uno scenario ben presente al tavolo delle trattative.
Il portavoce dell'esercito iraniano ha dichiarato che le forze armate sono pronte allo scontro “se gli Stati Uniti lo vorranno”. Parole nette, accompagnate dall'annuncio dell'ingresso di 1.000 nuovi droni nell'arsenale militare iraniano. Il generale Mohammad Akraminia è stato ancora più esplicito: “Se il nemico sceglie la guerra, siamo pronti a ogni opzione”.
Da Washington, il presidente Donald Trump ha risposto con toni altrettanto duri, avvertendo che “accadranno cose brutte” se non si arriverà a un accordo. Una minaccia che alimenta un clima già segnato da reciproche intimidazioni, ipotesi di raid aerei e timori di una guerra regionale.
Teheran non ha nascosto l'obiettivo strategico: secondo Akraminia, Trump “deve scegliere tra compromesso e guerra”. In caso di conflitto, ha avvertito, l'intera regione verrebbe coinvolta e tutte le basi statunitensi — dai territori occupati al Golfo Persico e al Mare di Oman — diventerebbero bersagli. “L'accesso alle basi Usa è facile, e questo le rende vulnerabili”, ha dichiarato.
Nel frattempo, la tensione si è tradotta in azioni concrete. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno sequestrato due petroliere con equipaggi stranieri nel Golfo, accusandole di contrabbando di carburante. Un episodio che rischia di aggravare ulteriormente lo scontro, anche perché non sono state rese note le bandiere delle navi né la nazionalità degli equipaggi.
Anche Israele alza il livello di allerta. Il capo dell'Aeronautica militare, Tomer Bar, ha parlato di rafforzamento continuo delle capacità difensive e offensive, ribadendo l'elevato stato di allerta delle forze armate. Teheran, dal canto suo, ha dichiarato di aver ricostituito le scorte di missili balistici dopo gli attacchi israeliani dello scorso anno e ha minacciato di colpire sia Israele sia le basi Usa nella regione in caso di minacce alla propria sicurezza.
Il quadro militare si è ulteriormente irrigidito con una mossa simbolicamente e strategicamente rilevante: l'Iran ha reso operativo, per la prima volta in città missilistiche sotterranee, il nuovo missile balistico a lungo raggio “Khorramshahr-4”, noto anche come “Kheibar”. Secondo l'agenzia iraniana Fars, si tratta di uno dei pilastri della capacità missilistica strategica del Paese.
Il missile ha una gittata di circa 2.000 chilometri, una testata da circa 1.500 chilogrammi ed è progettato per superare i sistemi di difesa antimissile. È spinto dal motore “Arvand” a combustibile auto-ignescente, che consente tempi di lancio inferiori ai 15 minuti anche da piattaforme mobili. La velocità dichiarata raggiunge i 16 Mach fuori dall'atmosfera e gli 8 Mach all'interno, con un tempo di volo stimato tra 10 e 12 minuti. La presenza in basi sotterranee non è solo una dimostrazione tecnica, ma un segnale operativo e strategico diretto ai nemici regionali e agli Stati Uniti.
Sul fronte diplomatico, i colloqui tra funzionari iraniani e statunitensi sono previsti in Oman. La mediazione è sostenuta anche dalla Turchia: il presidente Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che Ankara sta facendo il possibile per evitare che le tensioni trascinino la regione nel caos, invitando entrambe le parti a proseguire il dialogo.
Ma le posizioni restano distanti. Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha chiarito che qualsiasi accordo dovrà includere il programma nucleare iraniano, quello missilistico, il sostegno ai gruppi armati nella regione e la situazione interna dei diritti civili. L'Iran, invece, si è detto disposto a discutere solo del nucleare, rifiutando le condizioni chiave di Washington, tra cui il blocco dell'arricchimento dell'uranio sul proprio territorio e l'esportazione delle scorte già arricchite.
Il contesto è già segnato da scontri diretti: a giugno gli Stati Uniti hanno colpito obiettivi nucleari iraniani, entrando nella fase finale di una guerra di 12 giorni tra Israele e Iran. Teheran continua a sostenere che il suo programma nucleare sia pacifico, ma l'arricchimento dell'uranio a livelli senza uso civile ha alimentato i timori internazionali.
Nel frattempo, gli Usa hanno rafforzato massicciamente la presenza militare in Medio Oriente: migliaia di soldati, una portaerei, navi da guerra, caccia, aerei spia e rifornitori in volo. Un dispiegamento che parla più di preparazione allo scontro che di distensione.
Dietro la retorica bellica, c'è anche un timore interno al regime iraniano: secondo fonti vicine al potere, la leadership teme che un attacco americano possa far esplodere nuove rivolte popolari e mettere a rischio la tenuta del sistema.
I colloqui in Oman rappresentano l'ultima finestra diplomatica credibile. Ma tra minacce incrociate, sequestri, missili ipersonici e mobilitazioni militari, il Medio Oriente resta appeso a un equilibrio fragile. E la linea che separa la diplomazia dalla guerra si fa ogni giorno più sottile.