La crisi della Nazionale? Il vero problema non è il CT, ma i troppi giocatori stranieri.
Dalle “notti magiche” ai “giorni tragici”. L’Italia travolta 4-1 dalla Norvegia a San Siro è l’immagine più cruda di una Nazionale in caduta libera. Non una semplice sconfitta: un crollo, tecnico e identitario. I fischi scroscianti del Meazza, più rumorosi della pioggia battente, raccontano una Nazionale smarrita, ferita, incapace di riconoscere sé stessa.
È dal 2014 che l’Italia non vede un Mondiale. Un’assenza che non è solo sportiva: è culturale, emotiva. Il Paese che ha vinto quattro Coppe del Mondo, il Paese di Bearzot e di Lippi, oggi arranca come una nobile decaduta. Le mancate qualificazioni a Russia 2018 e Qatar 2022 sono state uno shock collettivo, ma ancora più inquietante è la sensazione che non si stia facendo abbastanza per invertire la rotta.
Si cambia CT come si cambiano le lampadine, sperando che una volta o l’altra arrivi la luce. Prima Mancini, poi Spalletti, ora Gattuso: un turnover che assomiglia più a un tentativo disperato di tamponare l’inevitabile che a una strategia. Ma non è lì il nodo. Non è la panchina il problema. È l’intero sistema che si è inceppato.
Attribuire tutta la colpa ai Commissari Tecnici sarebbe miope. Il vero problema è strutturale, profondo, sistemico. Il calcio italiano non produce più giocatori di qualità in quantità sufficiente a ricoprire tutti i reparti della Nazionale. I vivai languono, i giovani italiani vengono sistematicamente scavalcati da coetanei stranieri, spesso più pronti e, soprattutto, più appetibili per i bilanci delle società. La Serie A, un tempo fucina di campioni azzurri, è diventata una vetrina internazionale dove i talenti nostrani faticano a trovare spazio. Il CT di turno si ritrova a dover convocare chi gioca meno, chi ha poca esperienza, chi è cresciuto senza mai respirare l’aria della grande competizione.
Il paradosso è lampante: mentre i club inseguono i risultati europei affidandosi a giocatori provenienti da tutto il mondo, la Nazionale si ritrova orfana delle sue radici. E senza una base solida da cui attingere, anche il miglior allenatore del pianeta sarebbe destinato al fallimento.
Serve un cambio di paradigma. Serve una politica sportiva coraggiosa e lungimirante. Bisogna investire nei settori giovanili, creare incentivi veri per le società che valorizzano i talenti italiani, istituire un vincolo minimo di presenza per i giocatori italiani nei campionati professionistici. Non si tratta di chiudere le porte allo straniero, ma di ricostruire una scuola calcio italiana che sia in grado di alimentare la Nazionale con continuità, qualità e passione.
Perché la maglia azzurra non può più essere affidata all’improvvisazione. L’Italia del calcio deve ritrovare se stessa, riconnettersi con il proprio passato glorioso e progettare un futuro che non sia un eterno rimpianto. Solo così potremo tornare a sognare, a competere, a vincere.