La destra di Vannacci è la destra del pugno: quando la propaganda della sicurezza diventa una giustificazione della violenza
Non è più soltanto una vicenda di cronaca. È un episodio che racconta un clima, un linguaggio politico, una concezione del rapporto tra cittadini e Stato che merita una riflessione profonda.
Il caso di Giuseppe Barboni, imprenditore del lusso e figura vicina all'area politica di Roberto Vannacci, è diventato un simbolo proprio per il modo in cui l'episodio è stato successivamente raccontato e rivendicato. Il video diffuso sui social, relativo all'aggressione avvenuta a San Benedetto del Tronto ai danni di un uomo di origine irachena, ha sollevato un'ondata di polemiche non soltanto per la dinamica mostrata nelle immagini, ma soprattutto per le parole con cui Barboni ha difeso il proprio comportamento, sostenendo di non avere motivi per pentirsi.
Ed è qui che il caso supera la dimensione personale.
Perché una cosa è denunciare un problema di sicurezza, degrado urbano o disagio sociale. Un'altra cosa è trasformare una aggressione a suon di pugni in faccia contro una persona addirittura incapace di difendersi in un messaggio pubblico, quasi in una dimostrazione di forza da offrire come esempio.
Il punto centrale non è stabilire se una persona abbia sbagliato o meno nel comportarsi in un determinato modo: questo spetta alla magistratura. Il punto politico è un altro: quale idea di società emerge quando un cittadino decide di sostituirsi alle istituzioni e considera la propria valutazione della situazione sufficiente per intervenire con la forza?
Una democrazia nasce proprio dal principio opposto: nessuno è autorizzato ad applicare una propria giustizia privata.
Lo Stato di diritto esiste perché la rabbia individuale, anche quando nasce da un problema reale, non può diventare il criterio con cui si regolano i rapporti tra persone. Altrimenti il confine tra sicurezza e abuso diventa estremamente sottile: basta sentirsi dalla parte giusta per convincersi che ogni mezzo sia consentito.
Negli ultimi anni una parte della politica ha costruito una narrazione nella quale il tema della sicurezza viene spesso associato alla necessità di "reagire", di "farsi rispettare", di "non arretrare". Parole che possono intercettare paure e frustrazioni reali, ma che diventano pericolose quando lasciano intendere che la forza individuale possa essere una risposta legittima al fallimento delle istituzioni.
Il problema della sicurezza esiste. Esistono situazioni di degrado, marginalità, difficoltà nella gestione degli spazi pubblici. Ma una società moderna non affronta questi problemi attraverso la logica dello scontro fisico. Li affronta attraverso regole, servizi, prevenzione e intervento delle autorità competenti. Altrimenti si scivola verso un modello nel quale il più determinato, il più aggressivo o il più forte fisicamente diventa automaticamente colui che stabilisce cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Ed è proprio questo il rischio politico della vicenda Barboni.
Non perché un singolo episodio possa rappresentare un intero movimento politico, ma perché alcuni gesti diventano simbolici quando vengono inseriti dentro una narrazione più ampia. La vicinanza dichiarata a Roberto Vannacci e all'area di Futuro Nazionale rende inevitabile una riflessione sul rapporto tra consenso politico, comunicazione muscolare e rappresentazione del conflitto sociale.
La politica non dovrebbe trasformare la paura in rabbia. Dovrebbe trasformarla in soluzioni. Non dovrebbe celebrare chi alza la voce o usa la forza. Dovrebbe rafforzare il principio per cui le regole valgono soprattutto quando è difficile rispettarle.
Perché la vera forza di uno Stato non si misura dalla capacità dei singoli di imporsi sugli altri, ma dalla capacità delle istituzioni di impedire che qualcuno possa sentirsi autorizzato a farlo. La sicurezza non nasce dal pugno più forte. Nasce da una legge uguale per tutti. E se uno come Barboni continua a vantarsi di un atto delinquenziale vuol significare solo che è un delinquente fascista, nei confronti del quale la Procura, in base al video, dovrebbe intervenire d'ufficio... a garanzia della sicurezza pubblica.