Cosa succede quando una comunità decide di cambiare vita all’improvviso? Alessandra Cotoloni costruisce una narrazione densa di simboli e riflessioni, raccontando il viaggio interiore dei suoi personaggi. Nell’intervista, l’autrice svela i legami con esperienze reali e l’urgenza di ripensare il concetto di normalità.

Alessandra, oltre ad essere architetto sei scrittrice e poetessa. Cosa ti ha spinto a orientarti verso la narrativa e ad approfondire questo tipo di scrittura?
Ho sempre amato leggere, sin da giovanissima, e si è manifestata contemporaneamente la mia passione per la scrittura. Ho fatto poi scelte di vita diverse che mi hanno portato a svolgere la professione di architetto, ma il desiderio di scrivere è rimasto sempre immutato, finché poi un giorno di oltre dieci anni fa, dopo tutta una serie di situazioni vissute, la passione è esondata e da allora non mi sono più fermata. Oggi mi sento, proprio per questo, una privilegiata: per essere riuscita ad esaudire il mio sogno. Non credo che ci possa essere cosa più gratificante di questa
In molte pagine si percepisce un influsso di allegorie, simbolismi e riflessioni psicologiche. Quali autori o correnti letterarie hanno maggiormente influenzato la tua voce narrativa?
La mia narrazione è stata , come dire, classica, seguendo ovviamente le mie caratteristiche stilistiche, fino alla pubblicazione di Bagasc (Armando Editore) . Con “La tessitrice” (San Paolo editore)ho cominciato a sperimentare una narrazione allegorica, proseguita poi con quest'ultimo romanzo Il borgo, dove il reale si mescola, in maniera equilibrata, con il surreale. Oltre alla curiosità di sperimentare questo genere narrativo per me nuovo e che nasce dall'interesse di leggere le storie dello scrittore Saramago, mi sono accorta che questa modalità ben si prestava a trattare in maniera meno scontata e banale, argomenti importanti come il concetto di libertà, di controllo, di cambiamento. Tutti argomenti questi, affrontati nella storia di questo ultimo romanzo, rendendo la lettura più leggere ( e non superficiale) dei temi trattati, ma accentuando l'attenzione su problematiche che indubbiamente dobbiamo affrontare proprio nel quotidiano, ponendoci domande con maggior senso critico e consapevolezza, su quanto ci ruota intorno e che condiziona la nostra stessa esistenza.
Hai pubblicato numerosi romanzi e raccolte poetiche. Come si inserisce “Il borgo” nel tuo percorso artistico e dove ti sta conducendo il tuo prossimo progetto?
Credo che scrivere, inteso come atto creativo, segua la stessa dinamicità del nostro vivere. Le mie pubblicazioni procedono sicuramente seguendo un percorso che io faccio intimamente (come tutti) con mutamenti, nuovi pensieri, interessi diversificati segnando le fasi della mia vita. La narrazione e quindi il genere narrativo impiegato, percorre la stessa evoluzione, con il desiderio di sperimentare nuovi ambiti di scrittura, come accade in qualunque processo creativo. La scrittura non è statica, esattamente come non siamo statici noi esseri umani. Anche il prossimo romanzo, in corso di editing per la casa editrice Armando Editore di Roma, si orienta ancora sul genere narrativo allegorico, ma credo che la fase, diciamo così, allegorica termini con quest'ultimo, che uscirà in primavera, per orientarmi di nuovo verso un genere narrativo più classico.
Nei tuoi romanzi la dimensione emotiva è sempre centrale. Quanto la vita quotidiana, gli incontri e le relazioni nutrono la tua scrittura?
Scrivere alla fine non è tanto “inventare” quanto piuttosto recuperare la memoria di tutto ciò che viviamo. Ogni incontro è importante e fondamentale per me che scrivo, perché involontariamente, faccio tesoro di ogni emozione, situazione o fatto con cui vengo a contatto. Spesso, ironicamente, mi definisco “ladra di emozioni” perché ogni esperienza vissuta la depongo come in uno scrigno che apro nel momento in cui mi approccio ad una storia, e da cui prelevo improvvisamente un vissuto che in qualche maniera mi è appartenuto e che mi regala l'occasione per “cucire” le mie storie.

