Donald Trump era tornato alla Casa Bianca promettendo una rivoluzione economica. Meno immigrazione, dazi contro mezzo mondo, rinascita dell'industria americana, prezzi più bassi, stipendi più alti e una nuova età dell'oro per la classe media. Lo slogan era quello di sempre: riportare l'America alla grandezza perduta. Diciotto mesi dopo l'inizio del suo secondo mandato, però, il bilancio racconta una realtà molto diversa da quella dei comizi elettorali.

L'economia statunitense non è crollata, come molti analisti avevano temuto dopo l'introduzione di pesanti dazi commerciali, la stretta sull'immigrazione e il successivo conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Ma non è nemmeno decollata. Più che una locomotiva lanciata a tutta velocità, sembra un treno regionale fermo in una stazione di provincia, mentre dal finestrino Donald Trump continua a salutare i passeggeri assicurando che il viaggio procede "alla massima velocità".

La distanza tra la propaganda della Casa Bianca e i numeri dell'economia appare oggi uno dei principali punti deboli dell'amministrazione repubblicana, proprio mentre le elezioni di metà mandato si avvicinano.


Il miracolo industriale? Per ora è rimasto nei comizi

Uno dei pilastri della campagna elettorale di Trump era il ritorno della grande manifattura americana. L'idea era semplice: aumentare drasticamente i dazi sulle importazioni, riportare le fabbriche negli Stati Uniti e creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro ben pagati. La realtà, ancora una volta, si è rivelata molto meno spettacolare.

I dati sull'occupazione mostrano che oggi l'industria manifatturiera americana impiega addirittura meno lavoratori rispetto alla fine dell'amministrazione Biden. Le grandi promesse di reindustrializzazione non si sono trasformate in una crescita occupazionale significativa.

L'unico vero boom degli investimenti riguarda i giganteschi data center destinati allo sviluppo dell'intelligenza artificiale. Cantieri enormi, miliardi di dollari investiti, ma con effetti ancora tutti da verificare sulla creazione di occupazione stabile.

Insomma, Trump prometteva il ritorno delle catene di montaggio; per ora stanno crescendo soprattutto i capannoni pieni di server.


La stretta sull'immigrazione crea nuovi problemi

La politica di deportazioni di massa e di forte riduzione dell'immigrazione irregolare rappresentava un altro cavallo di battaglia del presidente. Secondo la narrativa della Casa Bianca, eliminare la concorrenza della manodopera straniera avrebbe favorito i lavoratori americani. Anche qui, però, la realtà economica è molto più complessa degli slogan.

Gli Stati Uniti sono un Paese con una popolazione che invecchia rapidamente. Ridurre drasticamente l'afflusso di lavoratori significa anche restringere il numero di persone disponibili a coprire migliaia di posti di lavoro, soprattutto nei servizi, nella ristorazione, nell'agricoltura e nell'assistenza sanitaria. Non è un caso che proprio questi settori continuino ad assumere, mentre la tanto annunciata rinascita industriale fatica a prendere forma.

Cambiare la struttura economica di un Paese da oltre 340 milioni di abitanti non è semplice come firmare un ordine esecutivo davanti alle telecamere.


Prezzi: la promessa impossibile

Se c'è una promessa destinata a trasformarsi in un boomerang politico è quella relativa al costo della vita. Trump aveva assicurato che avrebbe abbassato rapidamente i prezzi. Una promessa che molti economisti avevano definito irrealistica già durante la campagna elettorale.

Nella storia americana, infatti, una diminuzione generalizzata dei prezzi si verifica quasi esclusivamente durante gravi recessioni o crisi economiche. Un presidente può contribuire a rallentare l'inflazione, ma non può semplicemente riportare indietro il cartellino del supermercato. Infatti l'inflazione è rimasta superiore all'obiettivo del 2% fissato dalla Federal Reserve.

Anzi, diversi fattori stanno continuando ad alimentare le pressioni sui prezzi. Tra questi figurano:

  • i nuovi dazi sulle importazioni;
  • il forte aumento del prezzo del petrolio dopo la guerra con l'Iran;
  • la crescente domanda energetica legata allo sviluppo dell'intelligenza artificiale.

Il risultato è un'inflazione che continua a cambiare volto: oggi aumenta un settore, domani un altro, ma il carrello della spesa continua a pesare sui bilanci delle famiglie.


Redditi fermi, potere d'acquisto in calo

Ancora più preoccupante è la situazione dei redditi disponibili. La spesa delle famiglie americane ha finora retto grazie alla solidità accumulata negli anni precedenti e ai risparmi residui. Tuttavia il reddito disponibile reale, cioè il denaro che rimane nelle tasche delle famiglie dopo tasse e inflazione, ha smesso di crescere e negli ultimi mesi ha persino mostrato segnali di diminuzione.

In pratica, molti americani continuano a spendere, ma con margini economici sempre più ridotti.cUna situazione che potrebbe diventare problematica se l'inflazione dovesse restare elevata ancora a lungo.


La casa continua a essere un lusso

Anche sul fronte immobiliare le promesse elettorali sembrano essersi scontrate con la realtà. Trump aveva promesso una maggiore accessibilità all'acquisto della prima casa. Nel frattempo, però, ha perfino liquidato come "un grande sbadiglio" una proposta del Congresso finalizzata a migliorare l'accessibilità abitativa, rifiutandosi di firmarla.

Il problema resta enorme. I prezzi delle abitazioni rimangono molto elevati. I mutui continuano a scontare tassi d'interesse ancora alti. Le assicurazioni sulla casa costano sempre di più. Le norme urbanistiche locali limitano la costruzione di nuove abitazioni.

Il risultato è che acquistare una casa continua ad assorbire una quota enorme del reddito familiare, ben lontano dalla promessa di rendere più semplice l'accesso alla proprietà immobiliare.


La Borsa vola. Ma non grazie a Trump

Ogni volta che Wall Street raggiunge un nuovo record storico, Trump si attribuisce il merito. È una scena ormai ricorrente: un nuovo massimo dell'indice S&P 500 diventa automaticamente la prova definitiva del successo economico dell'amministrazione. Peccato che la storia racconti qualcosa di meno trionfale.

I mercati azionari americani tendono a crescere nel lungo periodo quasi indipendentemente dall'inquilino della Casa Bianca. L'andamento dell'S&P 500 nei primi diciotto mesi del secondo mandato di Trump, con un rialzo di circa il 25%, è praticamente in linea con la mediana registrata da tutti i presidenti americani dal 1981 in poi.

In altre parole, si tratta di una performance positiva, ma tutt'altro che eccezionale. È un po' come vantarsi di aver fatto sorgere il sole tutte le mattine: il fenomeno esisteva già prima e, con ogni probabilità, continuerà anche dopo.


Il vero motore si chiama intelligenza artificiale

Se c'è un settore che sta realmente sostenendo la crescita americana, quello è l'intelligenza artificiale. L'esplosione degli investimenti in AI sta alimentando un'ondata senza precedenti di emissioni obbligazionarie da parte delle imprese, che raccolgono capitali per finanziare nuovi data center, infrastrutture informatiche e tecnologie avanzate.

Le emissioni di obbligazioni societarie hanno raggiunto livelli record, segnale di mercati finanziari ancora solidi e di aziende che continuano a investire con decisione. Ma anche qui il protagonista non è la politica economica della Casa Bianca.

La rivoluzione tecnologica dell'intelligenza artificiale avrebbe ovviamente continuato il proprio percorso indipendentemente da chi occupasse lo Studio Ovale.


Tra slogan e realtà

Dopo un anno e mezzo di governo, il secondo mandato di Donald Trump offre quindi un quadro molto meno spettacolare di quello raccontato nei suoi comizi. L'economia americana ha dimostrato una notevole capacità di resistenza, evitando il tracollo che molti temevano dopo la guerra con l'Iran, i nuovi dazi e la stretta migratoria. Ma questa resilienza non coincide automaticamente con il successo delle politiche presidenziali.

La manifattura non è rinata, il costo della vita resta elevato, il potere d'acquisto delle famiglie si sta indebolendo e acquistare una casa continua a essere un obiettivo sempre più difficile.

Nel frattempo Trump continua a celebrare ogni record di Wall Street come una consacrazione personale, quasi fosse lui ad aggiornare quotidianamente il listino della Borsa con un pennarello dorato direttamente dallo Studio Ovale.

La differenza, però, è che gli indici finanziari possono anche salire, ma il consenso elettorale segue molto più spesso il prezzo della benzina, quello della spesa e la rata del mutuo. E sono proprio questi indicatori che, almeno per ora, continuano a ricordare agli americani che gli slogan elettorali, da soli, non fanno crescere un'economia.