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Trump tenta di silurare Lisa Cook dalla Fed: parte la battaglia legale

La Governatrice della Federal Reserve Lisa Cook ha annunciato, tramite il suo avvocato Abbe Lowell, che presenterà una causa legale per impedire al presidente Donald Trump di rimuoverla dal suo incarico. La mossa apre un fronte giudiziario potenzialmente lungo e complesso sul tentativo della Casa Bianca di mettere le mani sulla politica monetaria americana.

Trump ha dichiarato lunedì di voler licenziare Cook – prima donna afroamericana nominata nel board della Fed – accusandola di “condotta ingannevole e potenzialmente criminale” per presunte irregolarità sui mutui stipulati nel 2021, prima della sua nomina alla banca centrale. Cook ha risposto che il presidente non ha l’autorità di cacciarla e ha promesso di restare al suo posto fino alla scadenza del mandato, fissata al 2038.

“Il suo tentativo di licenziarla, basato unicamente su una segnalazione priva di fondamento, non ha basi legali né fattuali. Presenteremo una causa contro questa azione illegale”, ha dichiarato Lowell in una nota.

La nuova offensiva contro Cook si inserisce in una strategia più ampia di Trump, che da mesi spinge la Federal Reserve a tagliare drasticamente i tassi d’interesse. Già durante il suo primo mandato aveva provato a forzare la mano all’allora presidente Jerome Powell, arrivando a minacciarne la rimozione.

Da quando è tornato alla Casa Bianca a gennaio, Trump ha accentuato la pressione sull’indipendenza delle istituzioni: ha licenziato centinaia di migliaia di funzionari pubblici, smantellato agenzie federali e bloccato miliardi di dollari di spesa approvata dal Congresso. La Fed è solo l’ultimo bersaglio.

Se Cook venisse cacciata, Trump potrebbe arrivare a controllare quattro dei sette seggi del board, con la possibilità di influenzare pesantemente le decisioni di politica monetaria. Tra i nomi in corsa per sostituirla figura Stephen Miran, economista vicino alla Casa Bianca.

Al centro dello scontro ci sono due mutui che Cook avrebbe indicato come “residenza principale” rispettivamente in Michigan e in Georgia. Si tratta di prestiti ottenuti quando era ancora accademica: condizioni che, secondo gli esperti, non costituirebbero motivo valido per una rimozione “for cause”, come previsto dal Federal Reserve Act del 1913.

Peter Conti-Brown, docente di storia della Fed alla Wharton School, ha definito l’operazione di Trump “incongrua con il concetto stesso di rimozione per giusta causa”, visto che i contratti erano pubblici e già noti al momento della sua conferma al Senato.

Nonostante il clamore politico, i mercati hanno reagito senza scossoni. Gli indici di Wall Street sono rimasti quasi piatti, mentre il dollaro ha perso terreno e i rendimenti dei titoli di Stato a breve scadenza sono scesi, segnalando aspettative di tagli ai tassi.

La vicenda solleva interrogativi più ampi sull’indipendenza della Federal Reserve e sull’uso del potere presidenziale per condizionare le istituzioni economiche. Diversi studiosi avvertono che questa volta l’integrità della Fed potrebbe essere seriamente compromessa.

“L’istituzione è uscita quasi indenne dal primo mandato di Trump, ma questa volta non sarà così fortunata”, ha avvertito Tim Duy, capo economista USA di SGH Macro Advisors.

Il caso, intanto, si avvicina alla prossima riunione della Fed del 16-17 settembre, con il rischio che lo scontro politico finisca per minare la credibilità della banca centrale più influente al mondo.

Autore Antonio Gui
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