Il Servizio sanitario nazionale si sta svuotando, pezzo dopo pezzo. Non per caso, ma per abbandono politico e miopia istituzionale. La rete dell’assistenza primaria — quella che dovrebbe garantire prossimità, prevenzione e continuità delle cure — è oggi allo stremo. I numeri parlano chiaro e non c’è propaganda che li addolcisca: negli ultimi dieci anni l’Italia ha perso oltre 7.000 medici di medicina generale e pediatri di libera scelta.

Dai 45.203 medici di famiglia attivi nel 2013 siamo scesi a 37.983 nel 2023; i pediatri, da 7.705 a 6.706. Una contrazione silenziosa ma devastante, che ha già un effetto concreto: cittadini senza medico, liste d’attesa infinite, Pronto Soccorso trasformati in ambulatori di emergenza per la medicina ordinaria.

 
Un paese che invecchia, anche nei camici
L’età media dei medici di base è ormai insostenibile: quasi il 40% ha più di 55 anni, e secondo le stime Agenas entro il 2035 andranno in pensione oltre 20.000 professionisti.
Senza ricambio, il territorio si svuoterà definitivamente. L’Italia si troverà con una sanità senza medici, dove i cittadini dovranno arrangiarsi tra call center e farmacie.

Il confronto europeo è impietoso: 68,1 medici di base ogni 100mila abitanti contro i 96,6 della Francia. Nel frattempo, il numero di pazienti per ciascun medico cresce ovunque: nel Lazio da 0,92 a 0,83 per mille abitanti in quattro anni; in Lombardia da 0,72 a 0,62; in Campania da 0,86 a 0,73. Meno medici, più carico, meno qualità.

 
Le borse non bastano. Serve dignità professionale
Il governo esulta per le borse di formazione aumentate grazie al PNRR, ma il problema non è solo quantitativo.
Sì, le borse sono cresciute — 15.830 tra 2020 e 2025, con 2.228 previste per il 2025 — ma non bastano se la professione resta malpagata, burocratizzata e priva di prospettive.

Chi dovrebbe scegliere oggi di diventare medico di famiglia? Uno stagista pagato poco, sommerso da scartoffie e responsabilità, senza ferie né strumenti digitali adeguati? La risposta è semplice: quasi nessuno.
E infatti le borse restano spesso vacanti.

 
Il “ruolo unico”: una toppa su una barca che affonda
Il nuovo “ruolo unico di assistenza primaria”, pensato per unificare funzioni e rafforzare la presenza sul territorio, rischia di restare un esercizio di burocrazia.
Si parla di incarichi a tempo pieno fino a 38 ore settimanali, di “obiettivi di salute di comunità”, di “continuità assistenziale”. Tutto bellissimo sulla carta.
Peccato che i medici non ci siano, e quelli che restano sono stanchi, isolati, spesso prossimi alla pensione.

La politica continua a parlare di riforme e innovazione, ma senza personale non si costruisce nulla. È come progettare un ospedale senza infermieri o un pronto soccorso senza letti.

 
Il diritto alla salute non si difende con i proclami
La sanità pubblica italiana è stata costruita sul principio della universalità: la salute come diritto, non come privilegio. Oggi questo principio è sotto attacco.
Dietro la carenza di medici di base non c’è solo un problema organizzativo: c’è una precisa deriva politica.
Ogni taglio, ogni ritardo, ogni “riforma mancata” ha scavato un solco tra cittadini e cure.

Se lo Stato non interviene subito — con investimenti reali, incentivi seri, digitalizzazione vera e una riduzione drastica della burocrazia — il SSN diventerà una sigla vuota, un marchio nostalgico di un welfare che non esiste più.

 
In conclusione: non è un’emergenza, è una scelta
Non si può più parlare di “crisi” della medicina di base. Una crisi è improvvisa; questa è una decadenza programmata, alimentata da anni di tagli e disinteresse.
Se la sanità pubblica muore, non sarà per fatalità: sarà perché qualcuno ha deciso che costava troppo mantenere il diritto alla salute.