Il fallimento storico degli oleodotti mediorientali, causato dai conflitti arabo-israeliani post-1948, ha costretto il mondo a passare da un sistema di trasporto terrestre sicuro a una dipendenza dai supertanker attraverso lo stretto di Hormuz, oggi gravemente insicuro.
Molti hanno dimenticato la storia dei grandi oleodotti che fino agli Anni '70 collegavano il Medio Oriente al Mediterraneo e all’Europa. Eppure, è una delle pagine più illustrative di come le guerre, le tensioni geopolitiche e i confini politici abbiano trasformato un sistema relativamente economico e sicuro di trasporto energetico in un sistema estremamente costoso, con maggiori rischi ambientali e dipendente dalle superpetroliere.
Vediamo come è andata, dalle prime grandi vie terrestri del petrolio alla dominazione delle rotte marittime via supertanker, con al centro il ruolo delle guerre arabo‑israeliane e dei cambiamenti strategici del XX secolo.
I primi oleodotti e la logica terrestre del petrolio
Negli anni Trenta del Novecento, quando il petrolio mediorientale cominciò a essere estratto su larga scala, l’idea di collegare i giacimenti direttamente alla costa mediterranea via terra non era solo teorica: era reale e funzionante. La Iraq Petroleum Company (IPC) costruì tra il 1932 e il 1934 la East-West Pipeline, più nota come The Petroline, un oleodotto dall’enorme giacimento di Baba Gurgur, vicino a Kirkuk — oggi nel nord dell’Iraq — fino alle coste del Mediterraneo.
Le condutture si biforcavano a Haditha: una diramazione portava il greggio fino a Haifa, nella allora Palestina sotto mandato britannico, e un’altra fino a Tripoli, allora sotto mandato francese. Questo sistema, lungo oltre 900 km, era in grado di trasportare il petrolio fino ai terminal marittimi, dove poteva essere trasferito alle navi per raggiungere i mercati europei. Per una decade, fino al 1948, il Kirkuk–Haifa Pipeline fu un collegamento diretto e strategico, fornendo petrolio alla costa mediterranea e dunque all’Europa senza che fosse necessario attraversare mari lunghi e complessi.
Questo oleodotto, che impiegava circa dieci giorni per portare il greggio da Kirkuk a Haifa, era considerato di grande importanza industriale e strategica, tanto che durante la Seconda guerra mondiale i rifornimenti energetici britannici e statunitensi nel Mediterraneo dipendevano anche da questa infrastruttura.
Non da meno la Trans-Arabian Pipeline (Tapline) il cui progetto fu avviato nel 1947 e guidato dal colosso americano Bechtel, realizzando una sfida tecnica senza precedenti con oltre 1.600 chilometri di tubi d'acciaio prodotti tra Los Angeles e Pittsburgh e impiantati in pieno deserto arabo.
Purtroppo, la geografia politica impose subito un cambio di rotta: il terminale previsto a Haifa (allora sotto mandato britannico) divenne impraticabile con la nascita dello Stato di Israele nel 1948 e la condotta fu deviata verso Sidone, in Libano, attraversando le Alture del Golan.
Nel 1956, durante la Crisi di Suez, la Tapline dimostrò il suo valore strategico. Mentre il Canale di Suez era bloccato e altre condotte (come la Kirkuk-Baniyas) venivano sabotate in Siria, la Tapline rimase operativa, trasportando 340.000 barili al giorno.
Fu l'ancora di salvezza per i mercati.
Il punto di rottura arrivò con la Guerra dei Sei Giorni (1967). Israele occupò le Alture del Golan, prendendo di fatto il controllo di una sezione della condotta. Il 31 maggio 1969, un commando del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) attaccò il tubo, causando un disastro ambientale con lo sversamento di enormi quantità di petrolio nel Mare di Galilea. Questo incidente non solo causò perdite economiche immense ad Aramco e al governo saudita, ma segnò la fine della percezione della Tapline come rotta sicura.
Il dominio dei supertanker
Con la progressiva scomparsa degli oleodotti trans‑mediterranei di grande portata, si affermò la supremazia dei trasporti marittimi via supertanker.
Le petroliere di grande stazza, con la capacità di trasportare centinaia di migliaia di barili di greggio, divennero il mezzo dominante per portare petrolio dal Golfo Persico verso Europa e Americhe. Il sistema marittimo via Mar Rosso, Canale di Suez (fino alla crisi del 1956) e poi oltre il Capo di Buona Speranza si consolidò come standard, spingendo l’economia energetica globale verso una dipendenza quasi totale da rotte di mare piuttosto che da condotte terrestri.
Il culmine dell'era delle superpetroliere (classe ULCC - Ultra Large Crude Carrier) fu il varo della Seawise Giant nel 1979. Con una lunghezza di 458 metri (più di quattro campi da calcio) e una portata a pieno carico di oltre 564.000 tonnellate, rimane tuttora la nave più lunga mai costruita nella storia.
Il ruolo dominante dei supertanker aveva diversi vantaggi economici: consentivano enormi volumi, flessibilità nella destinazione e un mercato globale delle rotte, ma avevano due lati oscuri. Il primo era che il trasporto via mare triplica il costo del greggio rispetto al trasporto via oleodotto: da questo ebbe origine la crisi mondiale del '72-'74.
Il secondo lato oscuro sarebbe emerso con forza già negli anni successivi: il trasporto via mare era vulnerabile ai conflitti geopolitici e ai punti di strozzamento marittimi, in particolare lo Stretto di Hormuz.
Intanto, tra il 1981 e il 1988 furono 451 gli attacchi contro mercantili nel Golfo Persico di cui 239 petroliere, dal 2008 al 2013) durante la Crisi Somala si registrarono oltre 200 attacchi contro navi commerciali (incluse molte petroliere), solo nel 2019 sono stati sei gli attacchi coordinati contro petroliere (utilizzando mine magnetiche), tra novembre 2023 e novembre 2024 sono stati registrati 43 attacchi significativi nell'area contro diverse tipologie di navi, incluse petroliere.
L’oleodotto come alternativa
Per ovviare all'instabilità regionale che coinvolgeva anche il Canale di Suez e il Corno d'Africa, gli stati arabi — tra cui Egitto, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati e Qatar — decisero di costruire un nuovo collegamento terrestre che potesse bypassare eventuali ostruzioni del Golfo Persico o di Suez oppure del Golfo di Aden: l’oleodotto SUMED, inaugurato nel 1977.
Questo oleodotto, lungo 320 km tra Ain Sokhna sul Golfo di Suez e Sidi Kerir nel Mediterraneo, fu progettato per trasportare petrolio dal Mar Rosso al Mediterraneo senza bisogno del Canale di Suez e rappresenta una delle principali vie alternative di esportazione.
Suo corrispettivo è l'oleodotto transisraeliano Tipline, che si estende dal Golfo di Aqaba sul Mar Rosso al Mar Mediterraneo con un tracciato di 254 km e con un diametro di 42 pollici.
Infine, c'è l'East-Ovest Pipeline araba, un oleodotto lungo 1.201 km costruito durante la guerra Iran-Iraq negli anni '80 per consentire alle esportazioni di petrolio saudita di aggirare la guerra delle petroliere e lo Stretto di Hormuz, che collega il Barhain e la costa del Golfo Persico attraverso la penisola arabica fino a Yambu sul Mar Rosso.
Ambedue i terminali (Ain Sokhna in Egitto e Eilat in Israele) distano circa 400 miglia marittime dal terminale di Yambu in Arabia Saudita.
Un cambio di paradigma
Nel passaggio dal Kirkuk–Haifa degli anni Trenta alla dipendenza quasi totale dai supertanker degli anni Settanta il fattore non fu tecnologico ma politico regionale, come diretta conseguenza dello Stato di Israele.
Le guerre arabo‑israeliane, le spinte nazionaliste post‑coloniali e le crisi regionali resero difficile mantenere accordi di passaggio su territori contesi, soprattutto per oleodotti che attraversavano Giordania, Siria, Israele e Libano.
Così, mentre negli anni Trenta e Quaranta esistevano infrastrutture capaci di portare direttamente petrolio dai giacimenti al Mediterraneo in modo relativamente diretto, gli eventi successivi determinarono un trasferimento quasi totale delle rotte sul mare.
Ma questi percorsi, pur essendo estremamente flessibili e adatti a un mercato globale, espongono l’intero sistema energetico a vulnerabilità politiche: qualsiasi crisi che metta in pericolo un punto di passaggio — come recentemente nello Stretto di Hormuz e in generale senza accordi sulla Palestina — può provocare shock sull’offerta, crescite dei prezzi e timori per la sicurezza energetica globale.
In questo quadro, prende piede l'ipotesi di riprogettare un sistema terrestre come quello di Kirkuk‑Haifa o di Hafar-Sidone o, comunque, integrare in un grande corridoio energetico terrestre East-Ovest Pipeline arabo, Tipline israeliano e SUMED egiziano.
Un ritorno al passato quando le vulnerabilità geografiche e politiche venivano affrontate e superate, piuttosto che rinviarle ad libitum pur di non modificare lo status quo determinatosi con la nascita dello Stato di Israele.

