I politici della seconda repubblica? Eroi della mediocrità
Quando Umberto Eco scrive la Fenomenologia di Mike Bongiorno (poi confluita nel Diario minimo), non sta semplicemente ironizzando su un presentatore: sta descrivendo un meccanismo di identificazione di massa tipico della società mediatica. Mike Bongiorno diventa, nella sua analisi, la figura che rassicura lo spettatore: non lo umilia, non gli ricorda ciò che non sa, non gli impone un ideale irraggiungibile. Al contrario, lo conforta. Eco sintetizza questa funzione con una formula crudele ma precisa: Mike "convince dunque il pubblico… del valore della mediocrità" e rappresenta "un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello".
Qui "mediocrità" non va letta solo come insulto. È anche, etimologicamente, stare nel mezzo: un mezzo inteso come zona di comfort collettiva. L'eroe della mediocrità non è chi non vale; è chi trasforma l'ordinarietà in una virtù pubblica, in un modello "abitabile" da chiunque. Eco nota che in questa figura "si annulla la tensione tra essere e dover essere": lo spettatore non deve migliorare, deve riconoscersi.
Se spostiamo questa lente dalla TV generalista del boom economico alla politica ipermediata contemporanea, il punto non è dire che "certi politici sono mediocri", ma osservare come la performance dell'ordinario possa diventare una tecnologia di consenso. In un'epoca di sfiducia nelle élite, di saturazione informativa e di comunicazione disintermediata (social, dirette, video brevi), l'uomo qualunque non può più solo essere un presentatore: può diventare persino un leader, addirittura uno statista.
La politica attuale - almeno per come ci viene presentata - è sempre più centrata sul leader come performer, visibile e riconoscibile più del partito o del programma. Studi sul populismo come stile e performance insistono proprio su questo: la politica diventa scena, narrazione, costruzione di un "noi" e di un antagonista, spesso attraverso media e formati spettacolari.
Per spiegare questo ci viene in soccorso, per l'appunto, la "mediocrità eroica" di Eco con l'elogio della somiglianza. Il leader efficace non viene più inteso come "uno più bravo", bensì come "uno di noi", che ha avuto il coraggio di dire ad alta voce ciò che molti pensano. L'abilità decisiva diventa sembrare non costruiti, nonostante tutto sia strategicamente costruito.
È qui che entra in gioco la parola più ambigua del nostro tempo: autenticità. Molta letteratura recente insiste sul fatto che l'autenticità in politica non è il contrario della performance: spesso è una performance (coerente, ripetuta, riconoscibile), una promessa di immediatezza e "umanità" più che una verifica oggettiva.
Facciamo degli esempi.
Nel caso di Matteo Salvini, una parte importante del successo comunicativo è stata spesso letta come costruzione di un personaggio "genuino", emotivo, iper-presente, capace di parlare con il pubblico senza i filtri dell'istituzione. Un'analisi semiotica della sua comunicazione social (2012–2019) sottolinea come la percezione pubblica di Salvini come "vero, genuino, umano" sia legata anche alla continua esibizione di stati d'animo e alla messa in scena della prossimità, per esempio tramite video in modalità selfie e contenuti pensati per massimizzare coinvolgimento.
Qui la lente di Eco funziona bene: il "successo" non sta nella sfera della competenza, ma in quella della familiarità. Il leader scende dal piedistallo, parla "come si parla", mostra frammenti di vita, si presenta come uno che reagisce di pancia e non "da politico". In più, questa prossimità viene saldata a una grammatica emotiva forte: la stessa analisi descrive come il suo discorso moduli diversi tipi di paura e polarizzi l'attenzione. (iris.uniroma1.it)
Anche ricostruzioni giornalistiche basate su dati dei post mettono in evidenza una strategia centrata su video ed emozioni polarizzate, con un uso calibrato di sentimenti negativi (rabbia/paura) e momenti di sollievo o promessa di riscatto. (Wired Italia)
È la stessa dinamica bongiorniana in versione politica: "io sono come te", ma "io so dare un nome al tuo disagio".
Per Giorgia Meloni, diversi studi linguistici evidenziano una comunicazione fortemente segnata da personalizzazione e tratti di stile riconducibili a un registro "familiare". Un'analisi sul suo discorso (anche istituzionale) nota, ad esempio, l'uso del solo nome di battesimo ("Voto Giorgia") come indice di linguaggio familiare e di continuità con una tradizione politica che privilegia il rapporto diretto leader-elettore. (thesis.unipd.it)
La stessa fonte lega esplicitamente la credibilità del leader populista non tanto alla "veridicità" in senso tecnico, quanto all'idea di autenticità e spontaneità come segni di affidabilità; e osserva come tale autenticità venga sostenuta anche da scelte stilistiche (per esempio, non neutralizzare l'inflessione romanesca) e da un lessico emozionale-valoriale (orgoglio, fierezza, coraggio).
In parallelo, una tesi recente sul linguaggio di Meloni parla di "autenticità costruita" e di una strategia coerente che combina storytelling personale e brandizzazione della leadership, soprattutto sui social.
Ecco l'eroe della mediocrità in versione contemporanea: non "sono ordinaria perché non ho qualità", ma "sono ordinaria perché non mi vergogno di esserlo", e quindi posso incarnare un "noi" più largo di qualsiasi dottrina.
Eco coglie un punto psicologico e sociale: il pubblico ama chi non gli ricorda la sua distanza dal potere o dalla cultura. Applicato alla politica, il principio diventa: in una società che percepisce istituzioni e competenze come lontane (o sospette), vince chi sa trasformare la leadership in prossimità.
La competenza può intimidire; la normalità rassicura.
L'ideale eroico può creare frustrazione; l'eroe-mediocre crea appartenenza.
Il linguaggio tecnico seleziona; il linguaggio comune include.
Questa non è una formula "cinica" per forza: può avere anche un lato democratico (accessibilità, partecipazione). Inoltre, quando la politica diventa soprattutto riconoscimento emotivo, allora la complessità viene descritta come tradimento e il dissenso come elitario, snob.
Qui torna utile la teoria del populismo come performance: il leader identifica un fallimento, lo eleva a crisi, costruisce un "popolo" contrapposto a uno responsabile, e propone soluzioni semplici e leadership forte, amplificando tutto attraverso i media.
L'eroe della mediocrità è perfetto per questo copione, perché può dire: "Non sono migliore di voi; sono solo quello che ha il coraggio di fare ciò che fareste voi".
Eco, in fondo, ci suggerisce che la modernità non ha smesso di cercare idoli: ha iniziato a preferire idoli che non ci facciano sentire piccoli. E, in politica, questa è una forza enorme—nel bene e nel male.
Ma se la mediocrità è una leva positiva per il successo e il benessere personale di certi politici, non si può dire altrettanto che lo sia anche per il Paese che essi rappresentano... soprattutto quando governano!
Se "eroe della mediocrità" può funzionare come stile comunicativo, la mediocrità come metodo di governo non è però un valore: un Paese sta bene quando alza gli standard (salari, servizi, produttività, fiducia), non quando si abitua al "basta che".
Purtroppo, gli attuali eroi politici della "mediocrità" hanno trasferito la loro abilità anche in ciò che hanno prodotto: politiche piccole, pensate per il ciclo mediatico, poco coerenti, poco valutate nei risultati, spesso tampone. Il problema è che il benessere collettivo vive di decisioni che richiedono l'opposto: continuità, capacità tecnica, investimenti, correzioni basate sui dati.
Un Paese migliora davvero quando:
- aumenta potere d'acquisto e qualità del lavoro,
- riduce povertà e disuguaglianze,
- investe (scuola, sanità, infrastrutture, innovazione),
- rende lo Stato più semplice e prevedibile.
La mediocrità al governo tende invece a produrre micro-benefici diffusi ma deboli, e a lasciare intatti i problemi strutturali. E su questo, negli anni del governo Meloni, ci sono esempi concreti e misurabili.
L'Istat, nel Rapporto annuale 2025, certifica che tra gennaio 2019 e fine 2024 le retribuzioni contrattuali sono cresciute +10,1% a fronte di un'inflazione (IPCA) del +21,6% con una perdita netta di potere d'acquisto.
E sui redditi familiari, Istat segnala che l'inflazione ha eroso i redditi reali (riduzione in termini reali) nei dati recenti sulle condizioni di vita e reddito delle famiglie.
Qui la "mediocrità" non sta nel non aver fatto nulla, ma sta nell'aver fatto interventi parziali (bonus, detassazioni, misure temporanee) senza incidere abbastanza su produttività, qualità dell'occupazione e contrattazione. Risultato: il Paese può anche "tenere", ma non cambia la vita materiale di molti.
Sulla povertà assoluta, l'Istat stima oltre 5,7 milioni di persone in povertà assoluta nel 2024 (9,8% dei residenti), con valori stabili rispetto al 2023; tra i minori l'incidenza è 13,8% (valore più alto della serie dal 2014).
In parallelo, con la sostituzione del Reddito di cittadinanza con Assegno di inclusione (AdI) e SFL, Caritas (e altri osservatori) ha evidenziato una contrazione della platea dei beneficiari (ordine di grandezza 40–47%) e l'esclusione di molte famiglie povere "in età da lavoro senza figli", lavoratori poveri, ecc.
I dati INPS sull'AdI mostrano la composizione dei nuclei (presenza di minori, disabili, over 60, carichi di cura), utile per capire chi rientra e chi rischia di restare fuori.
Se il metro è il benessere, perché rimangono senza coperture fasce fragili, mentre l'indicatore di "povertà assoluta" resta su livelli molto alti?
Nelle audizioni sulla Legge di bilancio 2026, le valutazioni di organismi indipendenti sono molto chiare:
- Istat: la manovra è finanziata in parte con misure non strutturali, tra cui la rimodulazione del PNRR (5 miliardi nel 2026), e la riduzione dell'aliquota IRPEF 35→33 è la misura principale lato entrate (circa 2,9 miliardi).
- UPB: le misure IRPEF 2026 risultano a favore di redditi medi e alti, con metà dei benefici a chi è oltre 48.000 euro.
- Banca d'Italia: la riduzione della seconda aliquota IRPEF costa circa 3 miliardi l'anno e ha effetti redistributivi da valutare con attenzione.
- Corte dei Conti: richiama i problemi di equità/progressività legati alla proliferazione di regimi agevolati/forfettari.
Sono pochi i soldi spesi in modo che producano benefici, mentre le leve strutturali (servizi, istruzione, sanità, produttività) restano il vero collo di bottiglia.
Il FMI, nella consultazione 2025 sull'Italia, nota che la crescita 2024 è stata sostenuta anche dagli investimenti del PNRR/NRRP. Se una quota di coperture di bilancio passa dalla rimodulazione del PNRR (come segnala Istat), il rischio è trasformare una leva pensata per crescita futura in un mezzo per far quadrare i conti oggi. Non è automaticamente un male, ma quei soldi erano stati pensati come volano di sviluppo per la crescita.
E quelli riportati sono "solo" alcuni esempi!
La mediocrità può essere popolare perché rassicura ("sono come te"), ma il benessere di un Paese richiede l'opposto:
- scelte difficili e coerenti nel tempo,
- politiche valutate sui risultati (salari reali, povertà, produttività),
- capacità di concentrare risorse dove cambiano davvero la vita.
E i dati citati (salari/potere d'acquisto, povertà, effetti redistributivi delle manovre) mostrano perché molte politiche del governo Meloni vengono giudicate "fallimentari" o comunque insufficienti: non perché manchi la narrazione, ma perché i risultati strutturali restano deboli.
Per concludere... chi vuol far fruttare i propri risparmi si rivolge ad una persona mediocre oppure ad una persona brava? Molti italiani questa domanda non sembra che ancora se la siano posta.