Ius Pacis e Il ripudio della guerra: due libri per cambiare
Il 9 dicembre scorso, nello studio sobrio di Canale Italia, l’avvocato Antonio Pileggi, storica voce del liberalismo italiano, è intervenuto in qualità di osservatore attento della nostra coscienza collettiva, dopo una vita dedicata non solo all’attività forense e alla politica, ma anche alla pubblicazione di saggi e testi poetici.
Le luci calde riflettono il legno dei mobili, il silenzio è appena interrotto dal rumore delle telecamere. Davanti a lui, Massimo Martire introduce i suoi due libri, Ius Pacis (link) e Il ripudio della guerra (link), mentre l’Italia si prepara a celebrare gli 80 anni dall’Assemblea Costituente e dalla nascita della Repubblica.
Ma Antonio Pileggi non è venuto a parlare di anniversari: lui parla di un’urgenza che attraversa secoli e culture, un’urgenza che affonda le radici nei diritti fondamentali dell’uomo e nel dovere della società civile: il diritto alla pace.
«Basta aprire la Costituzione», esordisce con calma, gli occhi fissi sulle pagine, «per vedere che le risposte ci sono già. Da ottant’anni, però, molti le ignorano». Non è retorica: tra le sue citazioni spuntano Beccaria e John Locke, Montesquieu e Mill.
Ognuno di loro, ammonisce Antonio Pileggi, ricorda che la libertà individuale e la sicurezza collettiva non possono prescindere dalla pace, che la giustizia è nulla senza stabilità e tutela della vita.
Poi introduce Papa Francesco, con le parole pronunciate il 22 settembre 2022: «Facciamo respirare alle giovani generazioni l’aria sana della pace, non quella inquinata della guerra, che è una pazzia». Per Pileggi, non sono parole vuote: rappresentano un monito concreto. La pace non è un intervallo tra guerre, come sosteneva Kant, ma un principio attivo, un impegno che deve essere riconosciuto e praticato, prima ancora di essere codificato.
Il discorso si fa più grave, più concreto. «Oggi non possiamo più permetterci la guerra», afferma. «Gli arsenali nucleari, le nuove tecnologie belliche, la portata della distruzione: tutto questo rende l’idea stessa di conflitto armato un olocausto planetario». Cita John Stuart Mill per ribadire che la libertà e il progresso umano si fondano su sicurezza e dignità, non su violenza e sopraffazione.
Il pericolo, sottolinea, non è ipotetico: «Se scoppiasse un conflitto oggi, non sarebbe più una guerra tra eserciti. Sarebbe una guerra contro l’umanità».
I suoi libri sono manifesti morali, inviti alla coscienza.
In Il ripudio della guerra, ritorna il tema dell’articolo 11 della Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra. La parola “Italia” compare solo due volte nella Carta: all’articolo 1 e all’articolo 11. È come se l’identità stessa del Paese fosse scolpita nel rifiuto della violenza». E in quel testo breve e conciso, sette parole vietano la pena di morte: «Guerra e omicidio di massa sono incompatibili con qualsiasi civiltà giuridica», sottolinea.
Pileggi non si limita all’astrazione. Parla della Repubblica che nasce dalle scelte dei padri costituenti: Aldo Moro, De Gasperi, Schuman. Una sintesi di culture liberale, socialista e cattolica che ancora oggi rappresenta un modello di civiltà. «La Costituzione ci precede, ci riconosce. I diritti inviolabili esistono prima di ogni riconoscimento formale». E, come Thomas Paine ricordava, «la guerra la fanno i potenti, non i popoli».
Il racconto scorre fluido tra storia e filosofia, tra diritto e poesia. Pileggi cita Robert Schuman e Alcide De Gasperi come simboli di una costruzione europea della pace postbellica. Racconta di Ius Pacis e Il ripudio della guerra come testi brevi ma intensi, pensati anche per i giovani, dove la parola poetica diventa distillato di pensiero e guida morale. Il lettore è invitato a sfogliare le pagine, a meditare sulle immagini, a capire che ogni gesto quotidiano ha valore politico e etico.
La provocazione finale è semplice, quasi domestica: «La Costituzione dovremmo tenerla sul comodino, leggerla, comprenderla». Non è solo un consiglio: è una sfida alla coscienza collettiva. Tra le pagine di quella Carta, spiega Antonio Pileggi, si nascondono le chiavi per una convivenza possibile, fondata sulla dignità umana e sulla certezza che la pace non è un privilegio, ma un diritto.
E mentre lo studio si svuota, resta l’immagine di un uomo che sfoglia pagine antiche, intrecciando filosofia, storia e diritto, un osservatore che ci ricorda che l’umanità non può più permettersi di ignorare l’urgenza della pace.