Negli ultimi decenni il lavoro pubblico in Italia ha subito trasformazioni profonde, spesso silenziose ma radicali, che hanno inciso in modo significativo sulla vita professionale e personale di centinaia di migliaia di dipendenti. Tra riforme previdenziali, cambiamenti contrattuali e mutamenti economici epocali – dal passaggio dalla lira all’euro, che di fatto ne ha dimezzato il potere d’acquisto, alla cosiddetta “privatizzazione” del pubblico impiego – si è progressivamente ridefinito un patto che sembrava intoccabile: quello tra lo Stato e i suoi lavoratori.

In questa intervista raccogliamo la testimonianza di un dipendente pubblico con oltre trent’anni di servizio, entrato tramite concorso quando le regole erano chiare e le prospettive certe. Il suo racconto non è solo una storia individuale, ma la voce di un’intera generazione che oggi si interroga su una domanda cruciale: che fine hanno fatto i diritti acquisiti?

Lei è un dipendente pubblico con più di trent’anni di servizio. Partiamo dall’inizio: com’era entrare nella pubblica amministrazione allora?

Entrare nel pubblico impiego non era affatto semplice. Io, come migliaia di altri colleghi, ho dovuto superare un concorso pubblico ‘vero’: due prove scritte e una orale. Non c’erano scorciatoie, non c’erano quiz a crocette o banche dati. Studiavamo per anni, con la consapevolezza che quello sarebbe stato un lavoro stabile, sì, ma conquistato con merito e regolato da norme chiare e durature.

Quali erano queste regole?

Regole precise. Abbiamo giurato fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione, assumendoci responsabilità pubbliche. Sapevamo che avremmo servito lo Stato per tutta la vita lavorativa, sapevamo che con uno stipendio statale non ci saremo certo arricchiti, ma sapevamo pure che, in cambio, lo Stato avrebbe rispettato un patto: pensione a 65 anni, calcolata con il sistema retributivo, proporzionata all’ultimo stipendio. Era una compensazione per stipendi più bassi rispetto al settore privato, non un privilegio.

Quando questo equilibrio ha iniziato a rompersi?

Il primo colpo durissimo è arrivato con la Riforma Dini. A metà della nostra carriera ci siamo ritrovati catapultati dal sistema retributivo a quello contributivo o misto, senza possibilità di scelta e senza alcuna tutela per chi aveva già versato contributi per un periodo inferiore ai 18 anni. In un attimo è stato cancellato il principio dell’affidamento: avevamo pianificato il futuro su regole che sono state stravolte retroattivamente.

E poi è arrivata la Riforma Fornero…

Esatto. La Riforma Fornero è stata il colpo finale, quello più violento. Ha innalzato improvvisamente l’età pensionabile, allungando di anni la permanenza obbligatoria al lavoro, e ha ridotto ulteriormente l’importo degli assegni. È caduta addosso soprattutto ai lavoratori più anziani, quelli che non avevano più il tempo materiale per rimediare, né con carriere migliori né con previdenza integrativa. Siamo diventati esodati potenziali, intrappolati in un limbo senza certezze.

Quali sono stati gli effetti concreti di queste riforme sulla vostra generazione?

Effetti devastanti. Stiamo vedendo allontanarsi la pensione mentre le forze fisiche e psichiche diminuiscono. Abbiamo perso migliaia di euro sull’assegno finale rispetto a quanto promesso. Abbiamo subito uno stress psicologico enorme, perché a cinquant’anni inoltrati ti cambiano le regole e ti dicono: “arrangiati”. Per molti colleghi questo ha significato rinunciare a progetti di vita, aiutare i figli, rimandare cure e scelte importanti.

Nel frattempo, le condizioni di lavoro sono migliorate?

Tutt’altro. Con il blocco del turn over siamo diventati il perno degli uffici, con carichi crescenti e personale sempre più anziano e sotto organico, costretto a portare sulle proprie spalle il peso della transizione digitale: dalle scartoffie al computer, dagli archivi stracarichi di faldoni ai server informatici. Per decenni abbiamo lavorato sempre in presenza, anche il sabato, senza smart working, senza settimana corta, senza politiche di accompagnamento alla pensione. Abbiamo garantito la continuità dello Stato mentre lo Stato arretrava nelle sue garanzie.

Nonostante questo, i dipendenti pubblici vengono spesso descritti come “privilegiati”.

È una narrazione comoda e falsa. I lavoratori pubblici più anziani sono stati tra i più colpiti dalle riforme previdenziali, più di molti lavoratori privati. Abbiamo pagato due volte: con stipendi bassi durante la carriera e con pensioni falcidiate alla fine. Usare il termine “privilegio” serve solo a dividere i lavoratori e a giustificare l’erosione dei diritti.

E allora, concludendo, che fine hanno fatto i diritti acquisiti?

Sono stati svuotati senza mai dirlo apertamente. Ci avevano garantito che non sarebbero stati toccati, invece sono stati aggirati, ricalcolati, rinviati. Cambiare le regole a partita in corso non è solo ingiusto: è una violazione del patto di fiducia tra Stato e cittadini. E uno Stato che tradisce i propri servitori più leali indebolisce se stesso.