La politica estera di Trump come arma di distrazione di massa?
C'è un filo che collega alcune delle scelte e delle dichiarazioni di cui Donald Trump si è reso responsabile in queste settimane: Venezuela, Groenlandia, Iran. Un filo che sembra costruito per dominare il ciclo delle notizie, occupare talk show, spostare l'attenzione collettiva su mappe, confini, minacce e “linee rosse”.
Attenzione: non è detto che sia un piano calcolato, né che ogni gesto sia puro teatro. Ma vale la pena avanzare un'ipotesi — e tenerla come tale — perché i segnali sono ricorrenti: una parte della postura internazionale trumpiana sembra studiata per funzionare come arma di distrazione di massa, utile a mascherare o almeno attenuare l'impatto politico di promesse difficili da mantenere sul fronte interno (lavoro e inflazione) e su due dossier esteri che non è in grado di “chiudere” nonostante gli slogan, Ucraina e Gaza.
Venezuela: il dossier estero che parla al proprio elettore
Il dossier Venezuela è l'esempio più chiaro di come una mossa che riguarda la politica estera venga rapidamente resa “domestica”. Il 10 gennaio 2026 Trump ha proclamato un'“emergenza nazionale” legata a circa 2,5 miliardi di dollari di proventi petroliferi venezuelani custoditi negli Stati Uniti, presentandola in termini di sicurezza e stabilizzazione. Nello stesso racconto pubblico, l'operazione si intreccia con un linguaggio da ordine pubblico: criminalità, confini, minacce transnazionali.
È una trasformazione potente: ciò che accade fuori non è più diplomazia, è estensione della politica interna. E in un'America che misura la credibilità di un governo sul terreno scivoloso della vita quotidiana, la promessa implicita non è “costruiamo un mondo più stabile”, ma “riprendiamo il controllo”.
Groenlandia: la geopolitica come palcoscenico permanente
Poi arriva la Groenlandia. Qui il meccanismo mediatico è quasi perfetto: un territorio enorme, una posta simbolica gigantesca, la parola “acquisire” che sembra uscita da un altro secolo. Trump ha ribadito che gli Stati Uniti “devono” avere l'isola per motivi strategici nella competizione globale, lasciando intendere una pressione che prescinde dalla volontà locale. La reazione a Nuuk è stata netta: partiti e istituzioni groenlandesi hanno respinto l'idea.
Eppure, anche quando l'obiettivo appare irrealistico, il risultato comunicativo è immediato: non si parla d'altro. Il dibattito si sposta su forza, deterrenza, “America first”, mentre le domande più scomode — salari reali, prezzi, qualità del lavoro, costi di affitti e mutui — perdono centralità. È qui che l'ipotesi della “distrazione” acquista spessore: non perché la Groenlandia non abbia valore strategico, ma perché la sua evocazione in forma ultimativa sembra soprattutto pensata per spostare l'attenzione.
Iran: la retorica della forza nel momento di massima visibilità
L'Iran completa il triangolo. Il linguaggio della minaccia — l'idea di un possibile intervento o di nuovi bombardamenti “se…” — ha un effetto quasi automatico: richiama paura, patriottismo, emergenza, intelligence, e trasforma l'agenda politica in un notiziario di guerra. Reuters ha riportato frasi e posture del tipo “locked and loaded” in relazione alle proteste e alla repressione, e la disponibilità a colpire ancora dopo precedenti raid del 2025; dall'altra parte Teheran ha replicato con avvertimenti di ritorsione.
Se la distrazione è una categoria utile, l'Iran è il tema perfetto: è serio, drammatico, visivo. E soprattutto tende a riorganizzare la discussione pubblica attorno a una domanda semplice (“stiamo per entrare in guerra?”), che divora tutte le altre.
Il nodo interno: lavoro e inflazione
Perché proprio adesso? L'ipotesi della distrazione regge solo se esiste un incentivo interno a spostare l'attenzione. E l'incentivo sta nel fatto che lavoro e inflazione restano politicamente sensibili e, soprattutto, percepiti. I dati del Bureau of Labor Statistics indicano che nel 2025 la crescita dell'occupazione non agricola è stata molto più debole rispetto al 2024. Sul fronte dei prezzi, l'inflazione resta un nervo scoperto, e le aspettative dei consumatori registrate dalla Federal Reserve di New York a dicembre hanno mostrato un aumento.
Non serve sostenere che l'economia sia in crisi: basta che non migliori come promesso o che la percezione collettiva sia di stagnazione. A quel punto, la politica estera muscolare offre un vantaggio narrativo: sostituisce la metrica dei risultati (stipendi, bollette, spesa, lavoro) con la metrica della postura (forza, minaccia, controllo).
Ucraina e Gaza: i dossier che non si piegano alla propaganda
C'è poi un altro aspetto: i dossier esteri che Trump non riesce a risolvere, Ucraina e Gaza.
Sull'Ucraina, i negoziati restano complessi: territorio, garanzie di sicurezza, monitoraggio di eventuali cessate il fuoco. Su Gaza, le tregue e le trattative hanno mostrato fragilità e impasse ripetute: passare dai primi accordi a una soluzione stabile significa entrare nei nodi veri — governance futura, disarmo, ritiro, sicurezza — dove la politica si incaglia.
Ed è qui che la “distrazione” può tornare utile: se non riesci a chiudere Ucraina e Gaza, puoi aprire o riaccendere altri fronti narrativi. Non per risolverli, ma per riformattare l'immagine della leadership: da “non concludo” a “detto io l'agenda del mondo”.
Il rischio: quando la distrazione diventa realtà
Il punto finale è il più importante. Se davvero una parte della politica estera viene usata come leva per spostare l'attenzione, il costo può essere altissimo, perché in questo campo il teatro può trasformarsi in evento. La Groenlandia coinvolge gli alleati NATO e architetture di sicurezza; l'Iran può innescare ritorsioni; Venezuela, Ucraina e Gaza restano aree dove basta poco per cambiare il livello dello scontro.
Per questo l'ipotesi della “distrazione di massa” non è solo una critica retorica: è un avvertimento. Perché la politica estera, quando diventa sceneggiatura, rischia di produrre una conseguenza concreta: moltiplicare i fronti, aumentare gli equivoci, ridurre gli spazi di mediazione. E in un mondo già saturo di conflitti, il prezzo di un titolo in prima pagina può sfociare anche in una guerra... globale.