La proposta di cessate il fuoco a Gaza presentata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, un piano definito "storico" dallo stesso leader americano e dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, si presenta come un documento pieno di ambiguità.
Dietro le promesse di pace e stabilità, emergono questioni cruciali che potrebbero determinare il futuro della Palestina e dell'intera regione, che però nella proposta di accordo non sono stati menzionati.
Chi governerà Gaza?
Il piano prevede una governance transitoria "tecnocratica e apolitica" per amministrare Gaza, guidata da un comitato palestinese. Tuttavia, non viene spiegato come sarà formato questo organo né chi avrà il potere di nominarne i membri. Inoltre, la supervisione dovrebbe spettare a un "board of peace" presieduto da Trump e dall'ex premier britannico Tony Blair. Ma la relazione tra questo organismo e il comitato palestinese resta del tutto vaga: chi deciderà concretamente sulle questioni quotidiane e quanto le "questioni quotidiane" avranno impatto sul futuro della Striscia? In relazione a Blair e Trump, si sta parlando di due soggetti che avevano anticipato un piano di speculazione edilizia a Gaza che nulla aveva a che fare con le rivendicazion del popolo palestinese.
Quale ruolo per l'Autorità Palestinese?
Secondo il piano, l'Autorità Palestinese (AP) dovrebbe riassumere il controllo di Gaza solo dopo aver completato un non meglio definito programma di riforme. Mancano però criteri chiari su chi stabilirà se l'AP sia pronta e quali traguardi dovrà raggiungere. La proposta, inoltre, tratta Gaza come una realtà separata dalla Cisgiordania occupata, rimandando la sua unificazione con il resto della Palestina. Netanyahu è stato netto: né Hamas né l'AP avranno il governo di Gaza. Un'affermazione che complica ulteriormente lo scenario.
Chi comporrà la forza internazionale?
Un altro punto debole riguarda la prevista Forza Internazionale di Stabilizzazione. Non è chiaro quali Paesi saranno disposti a inviare truppe, con quali regole d'ingaggio e quale mandato. Sarà un contingente con funzioni di polizia, di esercito, o semplici osservatori? Avranno il compito di contrastare Hamas? Potranno opporsi all'esercito israeliano in caso di abusi? Tutte domande a cui il piano non dà risposta.
Quando avverrà il ritiro israeliano?
Il documento lega il ritiro di Israele da Gaza a una serie di "standard, traguardi e tempistiche legate alla demilitarizzazione". Ma non fornisce né un calendario né criteri concreti. Israele manterrà inoltre un "perimetro di sicurezza" fino a quando Gaza non sarà giudicata sicura da eventuali "minacce terroristiche". Di nuovo, resta indefinito chi stabilirà quando queste condizioni saranno soddisfatte.
Stato palestinese: promessa o illusione?
Trump, durante la conferenza stampa, ha definito "stanche" e "ingenuamente frettolose" le decisioni di alcuni alleati che hanno già riconosciuto lo Stato palestinese. Nel piano, l'ipotesi di uno Stato palestinese viene evocata solo come possibilità condizionata: servono la ricostruzione di Gaza e le riforme dell'AP, dopodiché "potrebbero" aprirsi le condizioni per discutere l'autodeterminazione. Non c'è un riconoscimento pieno del diritto dei palestinesi a uno Stato, ma solo un'ammissione che questa è la loro aspirazione. E come potrebbe nascere uno Stato palestinese con l'espansionismo dei coloni ebrei in Cisgiordania che non solo non si ferma, ma viene pure promosso dal governo e dalla Corte Suprema?
Ad ulteriore conferma delle criticità dell'ennesimo storico accordo di Trump, le dichiarazioni su X del premier israeliano.
In un video diffuso sul suo profilo ufficiale, Netanyahu ha sottolineato che l'esito degli incontri tenuti tra New York, presso le Nazioni Unite, e Washington, ha ribaltato la narrazione internazionale sul conflitto in corso:"Abbiamo capovolto il tavolo e isolato Hamas. La creazione di uno Stato palestinese non è parte dell'accordo. È stata una visita eccellente, iniziata all'ONU e conclusa a Washington. Invece che rimanere isolati noi, abbiamo isolato Hamas".Il premier ha aggiunto che la pressione internazionale, compresi i Paesi arabi e musulmani, si sta ora concentrando sul movimento islamista per indurlo ad accettare le condizioni stabilite insieme all'ex presidente statunitense Donald Trump. Tra queste condizioni, Netanyahu ha ricordato:
- il rilascio di tutti i prigionieri israeliani, vivi e morti,
- il mantenimento della presenza militare israeliana nella maggior parte della Striscia di Gaza.
Il leader israeliano ha ribadito che questi punti rappresentano per il governo di Tel Aviv linee rosse non negoziabili.
Per quhesto Benjamin Netanyahu si è mostrato euforico lunedì sera, subito dopo aver lasciato la Casa Bianca.
Cambiamenti decisivi al piano USA
Il piano originale degli Stati Uniti prevedeva un ritiro progressivo e poco dettagliato delle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Netanyahu, invece, ha ottenuto modifiche sostanziali:
- Il ritiro sarà scaglionato in tre fasi e collegato a criteri di demilitarizzazione di Hamas.
- Anche dopo la prima fase, l'IDF potrà restare nella maggioranza del territorio di Gaza.
- Solo in una terza fase, dopo l'arrivo della Forza di Stabilizzazione Internazionale (ISF) composta da paesi arabi e musulmani, Israele ritirerà completamente le proprie truppe, mantenendo però una zona cuscinetto di sicurezza lungo il perimetro della Striscia.
Queste condizioni garantiscono a Israele un controllo esteso e tempi flessibili, vincolati al completo disarmo di Hamas, ovviamente, indefinio e indefinibile.
Disarmo
Sul fronte della smilitarizzazione, Netanyahu ha imposto ulteriori clausole:
- Gli appartenenti a Hamas che intendono beneficiare dell'amnistia dovranno anche consegnare le armi.
- Tutte le infrastrutture militari e terroristiche, compresi tunnel e impianti di produzione di armi, dovranno essere distrutti e non ricostruiti.
- Sarà attivato un programma internazionale di buy-back delle armi e reintegrazione degli ex combattenti, con monitoraggio indipendente.
Difficoltà per Hamas
Per Hamas, accettare il piano non sarà semplice. La proposta lo costringe a:
- Rilasciare tutti gli ostaggi entro 72 ore dall'accordo.
- Accettare inizialmente un ritiro israeliano solo parziale, senza garanzie immediate di un ritiro totale.
- Un diplomatico arabo ha sottolineato che sarà difficile convincere Hamas a cedere l'unico vero strumento di pressione rimasto: le armi.
La vittoria politica di Netanyahu
Nonostante le tensioni con Doha per un attacco israeliano che aveva colpito leader di Hamas in Qatar, Netanyahu ha trasformato la visita a Washington in un successo politico:
- Ha ottenuto l'ultima parola nel confronto con Trump, strappando concessioni quando ormai la bozza sembrava chiusa.
- Ha spinto il presidente USA a riconoscere la sua “comprensibile opposizione a uno Stato palestinese”, ridimensionando così le parti del piano che accennavano a un percorso verso la statualità palestinese.
La vera incognita a quella che è palesemente l'ennesima porcata nei confronti delle sacrosante rivendicazioni del popolo palestinese riguarda la risposta di Hamas che, a logica, difficilmente accetterà senza proporre contro-modifiche. Ambiguo nei dettagli e privo di scadenze precise, rischia di lasciare irrisolti i nodi fondamentali: governance, sicurezza, ruolo internazionale e prospettive politiche. La battaglia diplomatica, quindi, è tutt'altro che conclusa.
L'unica cosa certa è che per la Palestina, la strada verso la pace e la statualità resta ancora lontana e incerta.


