In una presa di posizione senza precedenti, sabato 160 scrittori e intellettuali israeliani hanno firmato una dichiarazione pubblica contro la guerra a Gaza, intitolata "Netanyahu non è Israele, il suo governo non ci rappresenta". Il documento è un segnale chiaro e potente proveniente dal mondo culturale israeliano, che ha deciso di schierarsi contro il governo e il genocidio del popolo palestinese.
Il testo della dichiarazione è diretto e privo di ambiguità: "Una guerra senza obiettivi politici è una guerra di disinformazione. Una guerra in cui sono stati uccisi più di 15.600 bambini non è una guerra morale; piuttosto, è una bandiera nera che sventola su di essa". Secondo i firmatari, l'attuale offensiva militare contraddice la volontà della maggioranza degli israeliani e mina i valori fondamentali della democrazia: "Il primo ministro non ha alcun mandato morale per continuarla. Siamo determinati a difendere la democrazia israeliana e a preservare la speranza per entrambi i popoli".
Tra i firmatari figurano alcune delle voci più autorevoli della letteratura israeliana contemporanea: David Grossman, Yehudit Katzir, Yehoshua Sobol, Orly Castel-Blum, Dorit Rabinyan, Tzruya Shalev, Sami Berdugo, e molti altri. A rendere pubblico il messaggio è stato il poeta Ilan Scheinfeld, figura di riferimento del movimento letterario contrario alla guerra.
La dichiarazione denuncia in modo netto la ripresa delle ostilità il 18 marzo 2025, attribuendone la responsabilità alla violazione, da parte di Israele, dell'accordo di cessate il fuoco e del mancato rispetto delle intese sul rilascio dei prigionieri.
Il testo chiarisce che "questa non è la guerra giusta del 7 ottobre 2023, iniziata in risposta al terribile massacro nelle città del Negev occidentale". Ora, sostengono, è diventata una guerra che colpisce indiscriminatamente i civili e che deve cessare: "Le uccisioni indiscriminate a Gaza devono cessare immediatamente, tutti i prigionieri devono essere rilasciati immediatamente e coloro che sono stati uccisi devono essere restituiti per la sepoltura."
Questa presa di posizione è solo l'ultima di una lunga serie di iniziative promosse dal movimento "Protesta degli scrittori e dei poeti", che già ad aprile aveva raccolto quasi 300 firme contro la guerra e per il ritorno dei prigionieri. Il movimento si è anche opposto con fermezza ai tentativi del governo Netanyahu di smantellare il sistema giudiziario indipendente e ad altre politiche considerate autoritarie e anti-democratiche.
Quello che sta emergendo, quindi, non è solo un dissenso isolato, ma una spaccatura sempre più evidente tra il governo israeliano e una parte consistente della sua società civile e culturale. In un momento in cui le voci critiche rischiano l'emarginazione o la repressione, quella di questi scrittori è una sfida aperta e coraggiosa, che chiama in causa la coscienza morale del Paese.
Una presa di posizione di cui non è possibile condividere alcuni contenuti e, oltretutto, tardiva... ma almeno è un primo passo per risvegliare le coscienze degli ebrei, non solo quelli israeliani, che sono affatati dalla fissazione psicopatica, che gli viene suggerita dalla Torah (di cui si fanno scudo), di dover mettere la propria bandiera sulla Palestina, perché "Eretz Israel" va dal fiume al mare e su quella terra (Cisgiordania), che loro chiamano Giudea e Samaria, nessuno straniero potrà mai governare.
È questo che gli intellettuali devono far comprendere alla comunità internazionale che finora ha difeso aveva apartheid, finendo per essere promotore e complice di genocidio. Si tratta di risvegliare le coscienze... partendo dalle loro fino a quelle di coloro a cui si rivolgono,
"La scelta tra la libertà e la servitù (che per un letterato è in modo particolare scelta tra la sincerità e il conformismo) si decide, come ogni atto di responsabilità comportante rischi e sacrifizi, davanti a una istanza dell’anima dove contano assai poco le nozioni letterarie e artistiche o la sensibilità estetica. Quello che lì conta, come ognuno sa, è ben altro, con tutte le difficoltà le mortificazioni, le limitazioni dei determinismi esteriori. Ed è per questo che gli intelletuali han sempre condiviso le virtù e i difetti dei loro popoli, del loro ambiente sociale e del loro tempo: ed è ingenuo voler affermare, nella crisi della nostra epoca, una politica degli intellettuali, una loro posizione unanime attorno ad alcuni princìpi generali. […] non è in questione il nostro modo di scrivere, di parlare o di gesticolare; ma il nostro modo di sentire. La salvezza non è dunque nella professione di alcuni concetti o teorie, non è nell’iscrizione in questo o quel partito, di questa o quella chiesa, poiché la decadenza, come ognuno può verificare, colpisce i fautori delle dottrine più diverse. Prima di ogni utile differenziazione in gruppi e tendenze, vi è una questione di fondamentale onestà da risolvere, ed è di ritrovare il senso della propria inalienabile responsabilità, è di ristabilire un contatto sincero, immediato, duraturo con la tragica realtà ch’è al fondo della condizione umana." (Sulla dignità dell’intelligenza e l’indegnità degli intellettuali, Ignazio Silone)


