Manovra 2026: il governo lusinga le banche, illude i lavoratori e ingrassa i militari
"C'è la tassa sugli extraprofitti? Assolutamente sì".
"No, non ci sono tasse sugli extraprofitti".
Due frasi opposte, pronunciate da due partiti che siedono nello stesso governo. La Lega di Salvini e Forza Italia di Tajani non sanno nemmeno più quale bugia raccontare agli italiani. Ma una cosa è chiara: la manovra 2026 è il manifesto politico di un potere che finge di colpire i forti e finisce per colpire i deboli.
Le banche "contribuiscono"... ma solo se vorranno!
Dietro i sorrisi di facciata e le parole d'ordine sulla "responsabilità del sistema bancario", c'è l'ennesima resa di Meloni e del suo esecutivo davanti ai colossi del credito. Il governo Meloni ha bussato alla porta dell'ABI con il cappello in mano, chiedendo alle banche di contribuire — volontariamente, si badi bene — con 4,4 miliardi nel 2026 e 11 miliardi in tre anni. Peccato che la "tassa" sia in realtà uno sconto travestito da sacrificio: l'aliquota per liberare gli extraprofitti accumulati nel 2023 scende dal 40 al 27,5%.
Un regalo di miliardi alle stesse banche che negli ultimi anni hanno incassato profitti record, mentre famiglie e imprese annegavano tra inflazione e mutui esplosi. Si chiama "Exit tax", ma è in realtà una via d'uscita per i grandi istituti e un vicolo cieco per i cittadini.
Meloni si è vantata di aver trovato la quadra dopo una telefonata ai vertici dell'ABI: la sintesi perfetta di un governo che non decide, ma si fa dettare la linea dai poteri economici.
Il ceto medio come alibi
Nel frattempo, la propaganda di Palazzo Chigi vende come "taglio storico dell'Irpef" quello che, nei fatti, è un'elemosina.
Il contribuente da 40mila euro l'anno si troverà in tasca una pizza in più al mese; chi ne guadagna 55mila, poco più di 30 euro. Tutto qui.
Dopo tre anni di inflazione che ha divorato il potere d'acquisto e gonfiato le entrate fiscali, il governo restituisce le briciole e pretende pure l'applauso. Le famiglie hanno pagato di tasca loro la "stabilità" dei conti pubblici, mentre i profitti delle banche e delle grandi aziende sono schizzati alle stelle.
Ma Giorgetti parla di "misure strutturali". Certo: strutturali nella disuguaglianza, nel drenare risorse dal basso verso l'alto, nel consolidare un sistema in cui chi lavora paga, chi specula incassa e chi governa recita la parte del salvatore.
La vera priorità: più soldi ai militari
E mentre si taglia sulla sanità, sulla scuola e sulle politiche sociali, ecco dove finiscono i soldi veri: nella spesa militare.
Il Documento Programmatico di Finanza Pubblica parla chiaro. L'obiettivo è portare la Difesa dal 2% al 2,5% del PIL entro il 2028 — 61 miliardi l'anno. Tradotto: 23 miliardi in più da destinare a carri armati, droni e forniture belliche, in linea con le richieste della NATO.
Nel 2026 si parte con 3,5 miliardi aggiuntivi, poi 7 nel 2027 e oltre 12 nel 2028. Altro che "manovra leggera": è un trasferimento sistematico di risorse pubbliche verso il complesso militare-industriale, mentre milioni di italiani lottano per arrivare a fine mese... senza saper come curarsi!
Una manovra per chi comanda davvero
In sintesi, la manovra Meloni 2026 è un gioco delle tre carte.
Si finge di colpire le banche, ma si negozia uno sconto.
Si promette sollievo al ceto medio, ma si regalano spiccioli.
Si parla di "sovranità economica", ma si ubbidisce ciecamente ai diktat NATO.
È una politica che serve i potenti e prende in giro i cittadini.
Chi lavora continuerà a pagare di più. Chi specula continuerà a incassare. E chi governa continuerà a dire che "non c'erano alternative".
Ma la verità è che l'alternativa c'è, e passa dal rompere questo patto tossico tra potere politico, finanza e industria bellica. Fino a quando non si farà, ogni manovra sarà solo un'altra pagina del manuale della sottomissione.
Questi i primi commenti delle opposizioni...
Angelo Bonelli per AVS: "La manovra del governo Meloni è un atto di ingiustizia sociale: taglia servizi e rinuncia a tassare i grandi profitti. Altro che coraggio: qui c’è solo la viltà di chi difende i forti contro i deboli. Giorgetti parla di “aliquote interessanti” per liberare gli extraprofitti: l’ennesima presa in giro. Significa gli istituti potranno pagare meno tasse sui loro guadagni record, mentre il governo taglia sanità e servizi pubblici. È un favore ai grandi gruppi finanziari, fatto sulla pelle di chi non arriva a fine mese. Meloni si conferma patriota con i potenti e spietata con i cittadini. Il governo ha chiesto alle banche un contributo truffa, che non è una tassa ma un’anticipazione fiscale: saranno gli italiani a pagarla quando quelle somme verranno restituite nei bilanci futuri. E mentre regala miliardi alle banche la manovra stanzia 23 miliardi per armamenti e appena 2 miliardi in più per la sanità. È la fotografia di un governo che preferisce finanziare la guerra invece della cura, le armi invece degli ospedali".
Giuseppe Conte per M5S:
"In un contesto in cui dalla Commissione Ue annunciano 6.800 miliardi per il folle riarmo e la difesa a carico dei cittadini europei, il governo italiano annuncia una “manovrina” di bilancio in cui si pensa di affrontare col secchiello lo tsunami che colpisce milioni di italiani, alle prese con stipendi bassi, con oltre 20 miliardi in 3 anni di tasse che si mangiano i salari assieme a inflazione e carovita, con pensionati minimi a cui arriveranno 20 euro in più. Misure del tutto insufficienti per imprese che sono in crollo industriale da 31 mesi su 34, per una sanità nemmeno lontanamente vicina al 7% del Pil a cui doveva arrivare subito, per scuole che cadono a pezzi come raccontano le cronache anche oggi.
Meloni ci ha tenuto - dopo il Consiglio dei ministri - a tranquillizzare solo alcuni: sono confermati gli impegni folli su armi e spese militari e – cito - “non c’è nessuna tassa sugli extraprofitti delle banche” che in questi 3 anni hanno accumulato 112 miliardi di utili. Vedremo le carte, ma in mezzo a tanta confusione stamattina Giorgetti ha parlato di una tassazione "discrezionale". Due anni fa, dopo i nostri appelli, la tassa sugli extraprofitti l’avevano annunciata proprio Meloni e Salvini. Poi, richiamati all’ordine, l’hanno trasformata in prestiti che dovranno rimborsare altri governi e strani contributi “volontari”. Insomma, siamo al loro "buon cuore".
Ci faremo sentire in Parlamento per mettere in primo piano le emergenze dei cittadini: taglio drastico delle tasse allargando la no-tax area a favore delle fasce medio-basse perché non bastano le briciole previste dal mini-taglio Irpef annunciato; aumento sostanzioso dell’assegno unico per i figli, sanità al 7% del Pil, investimenti rapidi e con poche scartoffie per innovare le imprese e generare lavoro".
Antonio Misiani per PD:
"La manovra varata dal governo Meloni è la più modesta e inconsistente da molti anni a questa parte. Di fronte a un’economia ferma - che senza gli investimenti del PNRR sarebbe in recessione - ai contraccolpi negativi dei dazi di Trump e all’aumento delle disuguaglianze e della povertà, la maggioranza ha deciso di navigare a vista, privilegiando l’austerità allo sviluppo.
La legge di bilancio che si va delineando si rassegna alla stagnazione e rinuncia a mettere in campo una strategia di rilancio dell’economia. Tenere i conti in ordine è importante, ma se il Paese non tornerà a crescere, sarà molto difficile anche contenere il peso del debito pubblico, come evidenziano le stime preoccupanti dell’Ufficio parlamentare di bilancio.
La discesa del deficit al di sotto del 3 per cento del PIL nel 2025 è un risultato importante ma al prezzo di una pressione fiscale al livello più alto degli ultimi dieci anni e della compressione della spesa pubblica per la sanità, l’istruzione e le politiche industriali.
L’Italia avrebbe bisogno di una politica economica capace di stimolare investimenti, innovazione e buona occupazione. Bisognerebbe ridare ossigeno al potere d’acquisto delle famiglie e rifinanziare una serie di servizi pubblici in crisi, a partire dal sistema sanitario nazionale. Questa legge di bilancio, invece, si limita alla manutenzione del Piano strutturale di medio termine presentato un anno fa: un piano che già allora avevamo giudicato vuoto, debole e inadeguato. Non a caso, l’impatto della manovra sulla crescita per l’anno prossimo sarà zero secondo il governo e addirittura negativo secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio.
Nella legge di bilancio spicca l’assenza di una vera politica industriale: gli interventi ipotizzati sono di portata limitata e decisamente lontani dalla manovra poderosa e dalla visione a tre anni che chiedeva Confindustria.
I costi dell’energia sono a livelli insostenibili ma nulla di serio è previsto per tagliarli.
Le esportazioni stanno crollando a causa delle barriere commerciali americane ma non c’è traccia del piano di sostegno promesso sei mesi fa da Giorgia Meloni.
Le misure di riduzione dell’IRPEF rappresentano una piccola frazione dei 25 miliardi silenziosamente sottratti ai contribuenti a causa del fiscal drag.
I fondi aggiuntivi destinati alla sanità sono una toppa del tutto insufficiente per affrontare una crisi ormai drammatica: quasi 6 milioni di persone rinunciano a visite o esami specialistici e gli italiani sono costretti a spendere più di 40 miliardi di euro all’anno nella sanità privata. Non a caso, nei prossimi tre anni verranno meno diecimila assunzioni di medici e infermieri.
Per il resto, nella manovra più piatta e rinunciataria degli ultimi anni, ci sarà un aumento delle spese militari senza precedenti, frutto del diktat di Trump avallato senza fiatare da Giorgia Meloni; l’ennesima rottamazione delle cartelle; l’aumento dell’età di pensionamento per tutti i lavoratori tranne una piccola minoranza. Andranno viste nel dettaglio le coperture, perché a fronte di un contributo da banche e assicurazione tutto da verificare, non è ancora chiaro quali voci di spesa saranno colpite dai tagli e da dove arriveranno le entrate aggiuntive previste.
Nel complesso, questa manovra è la fotografia di un governo immobile, che naviga a vista e rinuncia ad affrontare le sfide decisive per il futuro del Paese. Non ci sono le scelte coraggiose di cui avremmo bisogno, non c’è alcuna volontà di mettere al centro il lavoro, la competitività e la giustizia sociale. È un problema grave, per un Paese la cui economia è intrappolata nella stagnazione, con la povertà e la pressione fiscale a livelli record".