Dalle esperienze che hanno segnato la sua vita ai tanti incontri con pittori e personalità del mondo artistico, Arturo Croci ripercorre il significato di “Dipingere è amare per sempre”, riflettendo sul valore della memoria, dell'arte e della letteratura contemporanea.

Ciao Arturo, e benvenuto. Il libro si apre con un episodio drammatico, l’aneurisma del 2005 e il mese di coma farmacologico. Perché hai scelto di far partire da lì il racconto di una vita dedicata alla pittura?
Salve, grazie a voi e ai lettori. Il 15 dicembre 2005 è la data che ha cambiato la mia vita. Nei quindici minuti precedenti il coma ero consapevole della gravità del momento. In un lampo ho rivisto la mia esistenza: ero nato in una buona famiglia, povera — anche se allora non lo sapevo — e avevo avuto un’infanzia felice. Avevo ricevuto una buona formazione e scelto un lavoro, quello dell’editore e giornalista, che mi piaceva; ero poi riuscito a passare attraverso i fatti senza farmi coinvolgere più di tanto. La mia vita poteva finire anche lì: avrei voluto solo avere un po’ più di tempo da passare con le persone che amo e con gli amici.
Nelle pagine racconti di come, durante il coma, tu abbia vissuto “un’altra vita con una percezione temporale di oltre cinquant’anni”. Come si lega questa esperienza al libro che hai appena pubblicato?
Dal risveglio dal coma, nel gennaio 2006, ho cominciato a riflettere e a pensare in modo diverso, più consapevole del fatto che le persone sono la vera ricchezza dell’esistenza e che ogni persona è grande quando crea. Dopo aver scritto il libro “Coma – La vita in un altro tempo”, edito in quattro lingue, ho pubblicato vari racconti e libri di poesie, tutti legati a fatti ed episodi vissuti.
Un giorno, osservando i dipinti che custodisco insieme ai libri nella antica casa di contadini sulle colline piacentine, ho ripensato a tutti gli artisti che ho incontrato — alcuni famosi, altri no — e mi sono chiesto: che diritto ho di tenere queste opere solo per me? Dietro ogni quadro c’è una persona che voleva comunicare oltre le parole e lasciare un segno. Era quindi giusto che altri, vedendoli, potessero vivere le loro emozioni; è così che ho iniziato a scrivere “Dipingere è amare per sempre”. Nel marzo 2025, diretto a Malpensa per imbarcarmi verso Abu Dhabi e Phuket, una protesi della mia aorta si è spezzata. Dall’ospedale di Como mi hanno trasferito a Lecco con l’elicottero. In volo, imbottito di morfina e fentanyl, pensavo al libro “Dipingere è amare per sempre”, nelle mani del grafico Simone Solari, e mi sono detto: «Se me ne vado, spero che lo pubblichi lui». A Lecco mi hanno salvato la vita ed è per questo che, al mio ritorno, l’ho completato e dedicato al reparto di Chirurgia Vascolare dell’Ospedale A. Manzoni di Lecco.
Mi ha colpito il capitolo dedicato a Sergio Galvani e ai suoi quadri erotici mai completati, gli “Amor plastico”. Cosa ti lega ancora oggi a quel progetto rimasto incompiuto?
Con Sergio avevamo progettato e sognato molte cose che non siamo riusciti a realizzare: dalla presentazione della versione spagnola di “Coma” e del nascente “Dipingere è amare per sempre” al Café Tortoni e al Teatro Colón di Buenos Aires, alla sistemazione dei quadri nella mia casa di Mocomero. «Amor Plastico» era il nome che lui dava a quella serie incompiuta di quadri erotici che, insieme alle mie poesie, avrebbe dovuto diventare un libro. Voleva significare che troppo spesso l’uomo mescola erotismo e la sessualità con l’amore. Amore plastico è un amore mascherato, artificiale, non vero. Ciò che ancora mi lega a quel progetto è il legame profondo con Sergio, con la sua arte e la sua visione del mondo, ma soprattutto la consapevolezza di ciò che è mancato e il desiderio di non lasciarlo morire nel silenzio.
Scrivi: “per avere è necessario fare ma per fare occorre Essere”, citando Pier Paderni. Quanto questa idea ha guidato la tua intera produzione letteraria, dai racconti giovanili fino a oggi?
Non ho mai pensato di «essere» un poeta o uno scrittore. Semplicemente compongo versi e scrivo. Poi ciò che ho scritto vive di vita propria, indipendentemente da me. Ho iniziato a scrivere molto presto, sin dall’infanzia, soprattutto per me stesso, per fissare esperienze, momenti che avevano colpito la mia curiosità e le emozioni che cercavo di tradurre in parole. Volevo fare il giornalista, ma i miei non potevano permettersi quegli studi. Mi sono accontentato di una borsa di studio in floricoltura e giardinaggio, poi sono passato alla filosofia. In seguito ho fondato la rivista Flortecnica, che ho diretto per trent’anni, pubblicando centinaia di articoli e diversi libri tecnici. Le mie poesie e i racconti sono rimasti a lungo una cosa personale e intima, finché alcuni amici scrittori, piano piano, mi hanno fatto cambiare idea. Infine, il dialogo del film Il postino tra Pablo Neruda e Massimo Troisi – «La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve» – ha fatto crollare tutte le mie resistenze.
Quali autori o artisti, tra quelli incontrati nella tua vita, senti di dover ringraziare per aver influenzato più di altri la tua scrittura?
Ho incontrato diversi scrittori, hanno lasciato una impronta profonda dentro di me il drammaturgo Angelo Lamberti, l’artista e compagno di viaggio nell’arte Pier Paderni, ma sicuramente il poeta in prosa ed amico Giampiero Neri è quello che ha influito maggiormente. Ovviamente gli Omeridi, Socrate, Platone, i classici antichi e moderni hanno formato la mia base letteraria, per arrivare poi a Borges, Miller, Soseki e altri. In definitiva sono tanti: tutti quelli che ho citato nel libro e molti altri ancora. Ognuno di loro mi ha dato emozioni e continua a darmene.
Il libro è popolato da decine di figure, alcune note, molte sconosciute al grande pubblico. C’è un rischio, in questo tipo di operazione memoriale, di trasformare il libro in un catalogo più che in una narrazione: come hai cercato di evitarlo?
Ogni persona, esperienza ed emozione è diversa e irripetibile. L’arte trasmette messaggi che l’osservatore interpreta e vive a modo suo; le parole sono limitate. Ogni dipinto o oggetto artistico contiene molti simboli che ho cercato di descrivere dal mio punto di vista: sta poi all’osservatore/lettore «scoprire» o meno il proprio messaggio. “Dipingere è amare per sempre” sicuramente non è perfetto, ma è proprio questa sua imperfezione a renderlo unico. Ringrazio quindi l’Associazione Aquilone che il 17 maggio a Cortemaggiore gli ha conferito il primo premio nella sezione “E-Book di Prosa” del Concorso Artistico Letterario 2026.
Quali messaggi, espliciti o nascosti, hai voluto affidare a questo libro, pensando soprattutto ai lettori che non hanno mai sentito parlare di te prima?
“Dipingere è amare per sempre” è un libro d’amore – letteralmente. Non è un’opera letteraria né un trattato di storia dell’arte, ma un atto di condivisione che trasforma una collezione privata in qualcosa di aperto a tutti. Non sono né un critico né un filosofo: sono semplicemente un testimone che dice «guardate cosa ho visto, chi ho incontrato, cosa ho percepito e mi ha commosso». L’arte non è ciò che vale di più sul mercato, ma ciò che continua a parlare quando l’artista e il collezionista non ci sono più.
L’editoria contemporanea, tra social, autopubblicazione e grandi gruppi, sembra una realtà molto diversa da quella che hai conosciuto da giornalista per trent’anni. Cosa ne pensi?
Allora e ancora oggi scrivo sempre la prima bozza a mano. All’inizio battevo a macchina con una vecchia Underwood, poi con macchine più sofisticate, quindi con un PC Commodore e infine con il Mac. Il primo numero della rivista è stato stampato con i caratteri di piombo, poi è arrivato l’offset, infine il PDF e la stampa online. Sono cambiati i mezzi di comunicazione, i supporti e le tecnologie, ma non è cambiato il mestiere. Un buon professionista è oggi importante come e più di allora. Fare informazione oggi in modo corretto e veritiero è più difficile, le interferenze sono maggiori, ma proprio per questo la sfida si gioca tutta sulla professionalità. Quando penso a un racconto o a una poesia, prima di tutto deve piacere a me. Ciò che metto sulla carta deve esprimere qualcosa che ho dentro. Solo dopo mi chiedo se può essere utile anche ad altri. Se queste due condizioni sono soddisfatte, allora pubblico.
Guardando alla tua carriera nel suo complesso, quali sono oggi le tue ambizioni per il futuro, personali e letterarie?
Ho due libri di poesie nel cassetto: “Incontri”, illustrato dal fotografo Gianfranco Negri, quasi pronto per la pubblicazione, l’altro ancora da definire. C’è anche un romanzo su di un frate dell’Alto Medioevo che ha fondato l’Abbazia di Tolla, nella valle dove sono nato. La vita è stata buona con me. Il tempo in più che avevo chiesto mi è stato concesso. Sono ancora qui, spero che la mia vita sia di utilità agli altri e di lasciare qualche libro che qualcuno ogni tanto rilegga.
Un’ultima curiosità: c’è un dipinto, tra i tanti raccontati nel libro, al quale sei rimasto più legato di tutti, e perché?
In realtà sono tre che rappresentano le case millenarie di contadini dove si trovano i dipinti. Il primo è una ceramica realizzata in occasione del mio settantesimo compleanno da mia nipote Elena Fumagalli Panzeri, il secondo un acquerello di Osvaldo Filisetti e il terzo un altro acquerello di Lettizia Gattel Larcher. Non mi sento proprietario né di case, né di dipinti, né di storie. Mi reputo un semplice custode temporaneo e ringrazio la vita per tutto quello che mi ha dato. Viva la vita.

