Esteri

Il ritorno dei palestinesi nel nulla di Gaza City

Dopo due anni di devastazione ininterrotta, migliaia di palestinesi sfollati stanno tornando a Gaza City e dintorni. Camminano tra le rovine, in silenzio o in lacrime, percorrendo strade un tempo vive ora ridotte a corridoi tra le macerie. Sulle vie principali, al-Rashid Street e Salah al-Din, fiumi di persone avanzano a piedi, spinte solo dalla speranza di rivedere le proprie abitazioni. Ma ciò che trovano non sono edifici, ma cumuli di macerie, il volto nudo del genocidio.

Al-Rashid Street è diventata uno dei simboli del genocidio. Lungo quella strada, le forze di occupazione israeliane hanno colpito deliberatamente colonne di civili che cercavano di fuggire dal nord al sud della Striscia, in cerca di un rifugio che non esisteva. Decine di massacri in un unico corridoio. Nessun obiettivo militare, solo famiglie in fuga.

Da ottobre 2023, Israele ha trasformato Gaza in un campo di sterminio a cielo aperto. Oltre 67.000 palestinesi sono stati uccisi e più di 170.000 feriti, in larga maggioranza donne e bambini. Una generazione cancellata. E come se non bastasse, l'assedio ha scatenato una carestia pianificata: 460 persone morte di fame, tra cui 154 bambini. Questi numeri non sono statistiche: sono vite distrutte da un sistema coloniale che da ottant'anni si alimenta di sangue e impunità.

Secondo l'UNRWA, 1,9 milioni di persone, più dell'80% della popolazione di Gaza, sono state costrette a fuggire dalle proprie case. Molti hanno dovuto abbandonarle più volte, inseguiti dai bombardamenti e dalle ruspe. A Gaza City, solo da marzo 2025, oltre 1,2 milioni di persone sono state nuovamente sfollate per via delle nuove offensive israeliane.

L'11 agosto, Israele ha lanciato un'operazione di “riconquista” della città, usando robot esplosivi per demolire case, artiglieria pesante e fuoco indiscriminato su interi quartieri. La logica è chiara: terrorizzare, radere al suolo, svuotare. È la continuazione di un piano di annientamento — una pulizia etnica sotto gli occhi del mondo.

Secondo l'Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), al 20 luglio 2025 l'88% del territorio di Gaza — circa 360 km², con 2,3 milioni di abitanti — era sotto ordine di evacuazione israeliano. In altre parole: tutto un popolo costretto alla fuga, tutta una terra resa invivibile.

E mentre Gaza brucia, la repressione continua senza sosta in Cisgiordania. Nelle prime ore di domenica, le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nelle case di prigionieri palestinesi prossimi alla liberazione, in diverse città: Nablus, Hebron, Deir Samet. Le abitazioni sono state saccheggiate, le famiglie minacciate e intimorite: "Niente feste, niente celebrazioni". Anche la speranza dev'essere punita.

Questa è la realtà. Nessuna "guerra". Nessuna "difesa". È un progetto di distruzione totale di un popolo. E chi tace ne è complice.
Il mondo occidentale — governi, media, istituzioni — ha scelto l'indifferenza, trasformando la parola "neutralità" in un alibi per la vigliaccheria.

Ma i palestinesi continuano a tornare. Camminano tra le rovine, sì, ma camminano. Ritornano nonostante tutto, come un atto di resistenza. Perché Gaza non è solo un luogo: è una prova morale per l'umanità.
E, per ora, l'umanità la sta fallendo.

Autore Ugo Longhi
Categoria Esteri
ha ricevuto 382 voti
Commenta Inserisci Notizia