Visto che Donald Trump giustifica le sue porcate in politica estera con la teoria Monroe, a questo punto è necessario un promemoria per ricordare che cosa sia (stata).
La dottrina Monroe nasce come un principio di politica estera enunciato dal presidente statunitense James Monroe nel messaggio annuale al Congresso del 2 dicembre 1823. In apparenza è una formula semplice — "l'America agli Americani" — ma in realtà è una dichiarazione di intenti destinata a trasformarsi, nel corso di oltre un secolo, da scudo contro le potenze europee a fondamento ideologico dell'egemonia statunitense nell'emisfero occidentale. Le sue ricadute storiche sono quindi ambivalenti: difesa dell'indipendenza del Nuovo Mondo, ma anche legittimazione di interventi e pressioni politiche su America Latina e Caraibi.
Contesto: un mondo in equilibrio precario (1815–1823)
Dopo il Congresso di Vienna (1815) l'Europa tenta di restaurare l'ordine monarchico e contenere rivoluzioni e indipendentismi. In quegli stessi anni, molte colonie spagnole e portoghesi in America Latina stanno ottenendo l'indipendenza (tra il 1810 e i primi anni '20). Il timore, a Washington, è duplice:
- Riconquista coloniale: che Spagna, Francia o altri membri della "Santa Alleanza" possano sostenere una restaurazione in America Latina.
- Nuove colonizzazioni: che le potenze europee approfittino della debolezza dei nuovi Stati latinoamericani per espandersi.
C'è poi un terzo elemento spesso decisivo ma meno celebrato: gli interessi britannici. Il Regno Unito, potenza commerciale dominante, preferisce mercati latinoamericani aperti piuttosto che un ritorno del monopolio coloniale spagnolo. Londra incoraggia quindi una posizione anti-restaurazione, e gli USA colgono l'occasione per parlare con voce propria. Dietro la dottrina, inoltre, pesa l'impostazione strategica del segretario di Stato John Quincy Adams, favorevole a una linea netta: gli Stati Uniti non devono essere "junior partner" di Londra, ma guida autonoma nell'emisfero.
I principi della dottrina (e ciò che non dice)
La dottrina Monroe contiene tre nuclei concettuali:
- Non-colonizzazione: il continente americano non è più terreno disponibile per nuove colonie europee.
- Non-intervento: gli Stati Uniti considerano qualsiasi intervento europeo nelle Americhe come minaccia alla propria sicurezza.
- Separazione dei sistemi: Europa e Americhe appartengono a sfere politiche diverse; gli USA, in cambio, dichiarano di non interferire negli affari interni europei (almeno in teoria).
È importante notare che nel 1823 gli Stati Uniti non possiedono ancora la forza militare per far rispettare da soli questa proclamazione. Nella pratica, la deterrenza immediata dipende anche dalla supremazia navale britannica. Proprio qui si apre la prima "ricaduta": la dottrina è già, fin dall'origine, un programma geopolitico più che una norma giuridica.
Prime ricadute nel XIX secolo: da principio difensivo a postura espansiva
Per alcuni decenni la dottrina rimane soprattutto un riferimento politico, riesumato quando è ritenuto utile. Ma la crescita economica e territoriale degli USA la spinge progressivamente verso un'interpretazione più assertiva.
a) Destino manifesto e proiezione continentale
Nella metà dell'Ottocento, l'idea che gli Stati Uniti siano destinati a espandersi sul continente ("Manifest Destiny") si intreccia con la dottrina Monroe: non più solo rifiuto dell'Europa, ma costruzione di uno spazio americano sotto l'influenza statunitense. Anche se il "destino manifesto" è un concetto diverso, l'effetto congiunto è chiaro: l'emisfero occidentale diventa il teatro naturale della sicurezza e dell'interesse USA.
b) America Latina: indipendenza sì, autonomia relativa
Molti Stati latinoamericani guardano inizialmente con favore a una dichiarazione che scoraggia la re-colonizzazione. Tuttavia cresce presto una diffidenza: se l'Europa deve stare fuori, chi stabilisce le regole dentro? È qui che la dottrina comincia a essere percepita non solo come protezione, ma come pretesa di primato.
La svolta del 1904: il Corollario Roosevelt e la "polizia" dell'emisfero
Il salto più netto avviene con il Corollario Roosevelt (1904). Theodore Roosevelt sostiene che, se in un Paese dell'America Latina si verificano "croniche irregolarità" (instabilità, insolvenze, crisi), gli Stati Uniti possono intervenire per "prevenire" un intervento europeo (per esempio legato al recupero di crediti).
Questa reinterpretazione produce ricadute storiche enormi:
- Trasforma il principio di non-intervento europeo in una giustificazione per l'intervento statunitense.
- Alimenta la stagione delle "banana republics" e delle occupazioni/influenze nei Caraibi e in America Centrale (Haiti, Repubblica Dominicana, Nicaragua, ecc.).
- Rafforza l'idea che l'ordine regionale sia un interesse di sicurezza degli USA, non una scelta condivisa.
È un passaggio cruciale: la dottrina Monroe, nata per delimitare l'Europa, diventa un dispositivo per delimitare la sovranità degli altri Stati americani.
Tra le due guerre: il tentativo correttivo e i suoi limiti
Negli anni '30, la politica del "Good Neighbor" (Buon vicinato) di Franklin D. Roosevelt mira a ridurre interventi diretti e migliorare i rapporti con l'America Latina. È una correzione pragmatica: gli USA cercano consenso e cooperazione, anche per ragioni economiche e strategiche. Tuttavia la dottrina Monroe rimane sullo sfondo come cornice: gli Stati Uniti continuano a considerare l'emisfero una zona di interesse prioritario.
Guerra fredda: la dottrina come argine ideologico (e operativo)
Con la Guerra fredda, la dottrina Monroe viene riletta in chiave anti-sovietica: se l'Europa non deve intervenire, a maggior ragione non deve farlo l'URSS. Le ricadute qui sono immediate e profonde:
- La crisi dei missili di Cuba (1962) mostra l'emisfero come "linea rossa" strategica.
- Gli Stati Uniti sostengono (o tollerano) governi e operazioni anticomuniste in America Latina, spesso con effetti destabilizzanti e tragici sul piano dei diritti umani.
La logica diventa: la presenza di un rivale extra-emisferico è inaccettabile, anche se ciò implica interferenze nella politica interna di Paesi sovrani.
In questo periodo, la dottrina Monroe si salda a strumenti diplomatici (alleanze regionali) e a interventi indiretti (sostegno a élite o a colpi di Stato, pressioni economiche, operazioni clandestine), consolidando un modello di egemonia "a geometria variabile".
Ricadute di lungo periodo: eredità, critiche, persistenze
a) Un lessico dell'egemonia
La dottrina fornisce agli Stati Uniti un linguaggio "legittimante": non presentano la propria influenza come conquista, ma come garanzia di sicurezza regionale. È uno schema retorico potente, ricorrente anche quando cambiano i mezzi (dalla marina alle sanzioni economiche, dalla diplomazia alle operazioni di intelligence).
b) Un rapporto difficile con l'America Latina
Per molti Paesi latinoamericani la dottrina è diventata il simbolo di una contraddizione: protezione dall'imperialismo europeo, ma anche asimmetria con Washington. Ne derivano cicliche ondate di antiamericanismo, nazionalismi e tentativi di autonomia regionale.
c) Un precedente per la "sfera d'influenza"
Sul piano delle relazioni internazionali, la dottrina Monroe è uno dei casi storici più citati di sfera d'influenza dichiarata. Ha influenzato (nel bene e nel male) il modo in cui le grandi potenze pensano la sicurezza: l'idea che la stabilità vicino ai propri confini giustifichi posture speciali.
La dottrina Monroe è un esempio classico di come un enunciato politico possa cambiare natura con il mutare dei rapporti di forza. Nel 1823 è soprattutto una dichiarazione difensiva: impedire all'Europa di "tornare" nelle Americhe. Con l'ascesa degli Stati Uniti, diventa però un principio espansivo: non solo escludere l'Europa, ma anche ordinare l'emisfero secondo priorità statunitensi. Le sue ricadute storiche — dall'affermazione dell'indipendenza americana alla stagione degli interventi, fino alla Guerra fredda — mostrano che le dottrine non sono solo idee: sono strumenti che, a seconda di chi li impugna e di quanto potere possiede, possono proteggere o dominare.
E adesso vediamo che usa ne sta facendo l'amministrazione Trump.
Donald Trump cita la "dottrina Monroe" soprattutto come slogan di sovranità emisferica ("niente potenze esterne nel nostro emisfero"), ma il modo in cui la usa produce una serie di contraddizioni abbastanza nette tra retorica e pratica.
"Rifiutiamo le interferenze" vs interferenza USA molto diretta
Nel discorso all'ONU del 25 settembre 2018 (nel suo primo mandato), Trump dice che "fin dai tempi di Monroe" la politica USA è rigettare l'interferenza di nazioni straniere nell'emisfero.
Però, nella stessa stagione politica, l'amministrazione Trump (sempre prima presidenza) passa a una linea di pressione e cambiamento di regime su alcuni Paesi latinoamericani: ad esempio il riconoscimento di Juan Guaidó come presidente ad interim del Venezuela (23 gennaio 2019) e l'uso esplicito del "peso economico e diplomatico" USA per spingere l'esito politico interno.
Nella seconda presidenza, l'incoerenza diventa ancora più clamorosa con l'operazione del 3 gennaio 2026 in cui gli USA catturano Nicolás Maduro in Venezuela: qui la dottrina nata come "no colonizzazioni/interventi europei" viene di fatto interpretata come licenza d'azione statunitense.
La contraddizione di fondo: il "no ingerenze" vale come divieto per gli altri, ma non come autocontenimento per Washington.
"Sovranità" come parola-chiave vs coercizione economica sugli alleati
Trump collega la sicurezza dell'emisfero anche a temi come migrazione (nel discorso ONU: "minacce alla sovranità da migrazione incontrollata").
Ma nella pratica, con il Messico usa una leva tipicamente coercitiva: minaccia di dazi per ottenere misure messicane su confine e gestione dei richiedenti asilo (giugno 2019).
La "sovranità" viene difesa come principio, però poi si ottiene cooperazione tramite pressioni economiche che limitano le libertà decisionali dell'altro Paese.
"Tenere fuori le potenze esterne" contro l'extraterritorialità del diritto USA
Con Bolton (figura chiave nel primo mandato) la dottrina viene rivendicata in modo quasi celebrativo ("la dottrina Monroe è viva e vegeta"), mentre si annunciano misure su Cuba/Venezuela/Nicaragua.
Un esempio concreto della torsione "imperiale" è l'attivazione di Title III dell'Helms-Burton, che espone anche aziende non statunitensi a contenziosi in tribunali USA per attività legate a proprietà confiscate a Cuba: è una proiezione del diritto americano oltreconfine.
Si denuncia l'"interferenza esterna" (Russia/Cina), ma si praticano strumenti di pressione che incidono su terzi e su alleati (Europa inclusa) in modo extraterritoriale.
Anti-imperialismo "a senso unico" vs logica di sfera d'influenza (che legittima i rivali)
La dottrina Monroe, nella versione trumpiana, funziona come: "questo spazio è nostro". Il problema è che è esattamente la logica delle sfere d'influenza che gli USA contestano quando la usano altri.
Non a caso, nel contesto Venezuela 2026, fonti russe hanno rilanciato l'argomento: se gli USA invocano una dottrina di "cortile di casa", allora anche Mosca rivendica analoga legittimità altrove.
Uno strumento pensato per "bloccare l'impero europeo" viene usato in modo tale da somigliare a un principio imperiale moderno — e offre agli avversari una giustificazione retorica.
"No endless wars / niente nation-building". Invece...
Dopo la cattura di Maduro, esponenti repubblicani insistono che non ci sarà guerra prolungata né occupazione; ma nello stesso dibattito emergono piani/retoriche di controllo e gestione della situazione venezuelana e critiche sulla mancanza di chiarezza e autorizzazioni.
In più, giuristi citati da Reuters notano l'ambiguità: l'azione viene presentata come "law enforcement", ma poi si parla di controllo più ampio del Paese, cosa che rende la giustificazione molto più fragile sul piano del diritto internazionale.
La promessa di evitare impantanamenti mentre in realtà l'amministrazione Trump mette in atto azioni che fanno l'esatto opposto.
Effetti boomerang sulla credibilità USA
Una dottrina può funzionare anche come messaggio politico: "siamo garanti dell'ordine regionale". Ma quando il messaggio viene accompagnato soprattutto da sanzioni/dazi/minacce, questo finisce per incidere sul capitale di fiducia e può aprire spazi ad altre influenze.
Si vuole ridurre l'influenza di potenze extra-emisferiche, ma un approccio percepito come prepotente può rendere più appetibile diversificare il partner di riferimento.
In sintesi, Trump usa la dottrina Monroe come cornice identitaria ("sovranità, niente intrusi"), però la applica in modo che la trasforma nel suo opposto: da principio anti-intervento a razionale per l'intervento, da difesa della sovranità a coercizione, da rifiuto dell'imperialismo a sfera d'influenza.


