Esteri

Hormuz riapre, tregua prorogata tra Stati Uniti e Iran: accordo storico o fragile illusione?

Dopo alcuni mesi di guerra, migliaia di vittime e una crisi energetica che ha sconvolto i mercati internazionali, Stati Uniti e Iran hanno annunciato il raggiungimento di un accordo preliminare che potrebbe segnare l'inizio della fine del conflitto.

L'intesa prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz, una delle rotte marittime più strategiche del pianeta, e l'estensione del fragile cessate il fuoco che da settimane cerca di impedire una nuova escalation militare in Medio Oriente.

L'annuncio è arrivato nelle prime ore di lunedì, ma il documento non è stato ancora firmato ufficialmente. Secondo il Pakistan, principale mediatore della trattativa insieme al Qatar, la firma dovrebbe avvenire venerdì in Svizzera. Fino ad allora, tuttavia, molti degli impegni contenuti nel memorandum resteranno sospesi e la loro effettiva applicazione appare tutt'altro che garantita.

L'intesa rappresenta comunque il primo risultato concreto dopo una guerra iniziata il 28 febbraio scorso con l'intervento congiunto di Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Un conflitto che ha provocato migliaia di morti in tutta la regione, la distruzione di importanti infrastrutture militari e nucleari iraniane e la morte di numerose figure di primo piano del regime di Teheran, compreso l'ex Guida Suprema Ali Khamenei.


Il cuore dell'accordo riguarda la riapertura dello Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per una quota enorme del commercio mondiale di petrolio e gas naturale.

Negli ultimi mesi la chiusura di fatto della via marittima aveva provocato un'impennata dei prezzi energetici, alimentando timori di recessione e mettendo sotto pressione economie già fragili. La semplice notizia dell'intesa ha avuto effetti immediati sui mercati: il Brent è crollato di oltre quattro dollari al barile e le principali Borse asiatiche hanno registrato forti rialzi.

Donald Trump, che domenica ha festeggiato il suo ottantesimo compleanno, ha salutato l'accordo con toni trionfalistici. Sul suo social network ha annunciato di aver autorizzato la riapertura gratuita dello stretto e la rimozione immediata del blocco navale statunitense imposto in risposta alle azioni iraniane nella regione.

Poche ore dopo, tuttavia, lo stesso presidente americano ha precisato che la riapertura effettiva non avverrà prima della firma prevista venerdì, introducendo così un primo elemento di incertezza.

Da parte iraniana, il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha confermato l'esistenza dell'accordo ma ha ribadito che Teheran non inizierà ad applicarlo fino alla firma ufficiale.


A rendere particolarmente fragile l'intesa è la posizione di Israele. Il governo israeliano non ha commentato ufficialmente l'accordo e resta da chiarire se abbia realmente accettato la cessazione delle operazioni militari su tutti i fronti, come sostenuto dal primo ministro pakistano Shehbaz Sharif.

Proprio nelle ore precedenti all'annuncio, un bombardamento israeliano nei sobborghi meridionali di Beirut, roccaforte del movimento sciita Hezbollah sostenuto dall'Iran, aveva rischiato di far naufragare completamente i negoziati.

Israele continua infatti a rivendicare la libertà di colpire Hezbollah in Libano e negli ultimi mesi ha ampliato la propria presenza militare nel sud del Paese, raggiungendo aree dove le forze israeliane non operavano da oltre venticinque anni.

L'assenza di una presa di posizione chiara da parte di Tel Aviv rappresenta probabilmente la maggiore incognita dell'intera operazione diplomatica.


Se la questione di Hormuz appare relativamente semplice da affrontare, molto più complesso è il capitolo nucleare.

L'accordo concede appena sessanta giorni per trovare una soluzione al futuro delle scorte iraniane di uranio altamente arricchito e all'intero programma atomico della Repubblica Islamica.

Si tratta di un obiettivo estremamente ambizioso. Basti pensare che per raggiungere l'accordo nucleare del 2015 tra Iran e potenze mondiali furono necessari anni di trattative.

Oggi la situazione è ancora più complicata. L'Iran dispone ancora di consistenti quantità di uranio arricchito a livelli molto elevati e mantiene un vasto arsenale missilistico. Secondo numerosi osservatori internazionali, il materiale attualmente disponibile sarebbe sufficiente, almeno teoricamente, per la produzione di diverse armi nucleari qualora Teheran decidesse di intraprendere quella strada.

Washington insiste affinché l'uranio venga rimosso dal territorio iraniano. Mosca si è detta disponibile ad accoglierlo in Russia. L'Iran, invece, continua a sostenere di voler mantenere il materiale sotto il proprio controllo e ribadisce che il programma nucleare ha finalità esclusivamente civili.


Nemmeno sul fronte politico l'intesa sembra godere di un consenso unanime. Negli Stati Uniti diversi esponenti repubblicani hanno espresso preoccupazione. Il senatore Lindsey Graham ha sottolineato come la versione iraniana dell'accordo sembri differire sensibilmente da quella illustrata dall'amministrazione americana.

Anche tra i democratici emergono richieste di vigilanza. Il deputato Gregory Meeks ha dichiarato che il Congresso eserciterà uno stretto controllo su qualsiasi accordo con Teheran, ricordando che anni di conflitto non sono riusciti a modificare la natura del regime iraniano.

Nel frattempo, anche all'interno dell'Iran emergono tensioni. I media statali hanno riferito di richiami all'unità nazionale, segnale che nel sistema politico iraniano non tutti sembrano convinti delle concessioni contenute nell'intesa.


Sebbene l'annuncio sia stato accolto con entusiasmo dai mercati e dalle cancellerie internazionali, è difficile ignorare i numerosi elementi che invitano alla cautela.

Molti aspetti dell'accordo restano poco chiari. Non è ancora noto chi rappresenterà ufficialmente l'Iran alla firma prevista in Svizzera. Non è certo che Israele accetti realmente la cessazione delle operazioni contro Hezbollah. Soprattutto, nessuna soluzione concreta è stata ancora trovata sul dossier nucleare, il vero detonatore della crisi.

In sostanza, più che una pace definitiva, l'intesa assomiglia a una tregua armata accompagnata da una promessa di negoziato. Una promessa importante, certamente, ma che dovrà superare ostacoli enormi nei prossimi due mesi.

Per il momento il mondo può tirare un sospiro di sollievo davanti alla possibile prospettiva della riapertura dello Stretto di Hormuz e del ritorno delle forniture energetiche. Ma la storia recente del Medio Oriente insegna che tra la firma di un accordo e una pace stabile esiste spesso una distanza molto più lunga di quanto i comunicati ufficiali lascino intendere.

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
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