La sorprendente conferenza stampa di Zelensky a Davos: l'Europa immobile come nel “Giorno della Marmotta”
L'incontro di un'ora tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, a margine del Forum economico di Davos, si è chiuso con una formula diplomatica di rito. “Buono”, secondo un portavoce di Kiev. Ma poco dopo, il presidente ucraino ha demolito ogni illusione di distensione con un discorso duro, diretto, senza sconti. Un atto d'accusa frontale contro l'Europa, colpevole – a suo dire – di perdere tempo mentre la storia accelera.
Zelensky apre il suo intervento paragonando il supporto all'Ucraina da parte dell'Ue a quello di un film: Il giorno della marmotta. Il film in cui tutto si ripete all'infinito. “Nessuno vorrebbe viverlo davvero”, dice. Eppure è esattamente ciò che sta accadendo oggi: stesse guerre, stesse indecisioni, stessi errori. Un eterno ritorno dell'immobilismo.
Un anno fa, ricorda, aveva avvertito che l'Europa doveva imparare a difendersi da sola. Dodici mesi dopo il bilancio è impietoso: nulla è cambiato. L'attenzione si sposta di crisi in crisi, tra nuove emergenze e nuovi titoli, senza mai affrontare il nodo centrale. Si discute, si rinvia, si aspetta.
La Groenlandia diventa il simbolo di questa paralisi. Se ne parla molto, osserva Zelensky, ma pochi sanno davvero cosa fare. Molti leader europei sembrano aspettare che Washington “si calmi”, confidando che il problema si risolva da solo. Ma se non accadesse? La domanda resta sospesa. E diventa politica: che messaggio manda all'autocrate russo, e alla Cina, un'Europa che risponde alle tensioni globali con l'invio simbolico di trenta soldati?
Poi l'Iran. Le proteste soffocate nel sangue mentre il mondo occidentale era distratto da festività e buoni propositi di inizio anno. Quando la diplomazia è tornata operativa, era troppo tardi: migliaia di morti, regime ancora saldo e una lezione brutale per chi osserva. Se reprimi abbastanza duramente, puoi restare al potere.
Il confronto con gli Stati Uniti è volutamente scomodo. Piaccia o no Trump, Nicolás Maduro è sotto processo a New York. Vladimir Putin no. E siamo al quarto anno della più grande guerra europea dal 1945. L'uomo che l'ha scatenata è libero, tratta sui fondi russi congelati e guarda Bruxelles impantanarsi persino nel decidere come sequestrarli.
Ancora più tagliente il passaggio sul tribunale speciale per i crimini russi in Ucraina. Vertici, riunioni, dichiarazioni solenni. Ma nei fatti: nessuna sede, nessun personale, nessuna operatività. “Manca il tempo o manca la volontà politica?”, chiede Zelensky. In Europa, denuncia, c'è sempre qualcosa di più urgente della giustizia. Si parla del futuro, si evita di agire nel presente.
Il punto centrale arriva sulla Nato. L'Alleanza, avverte, esiste perché tutti credono che gli Stati Uniti interverranno. Ma cosa succederebbe se non lo facessero? Nessuno ha mai visto la Nato affrontare davvero uno scenario di difesa collettiva. Se Putin colpisse la Lituania o la Polonia, chi risponderebbe? Oggi la risposta è affidata a una convinzione. E le convinzioni, in geopolitica, non sono una strategia.
Alcuni leader europei sperano che tutto passi. Altri iniziano, finalmente, a muoversi. Ma la realtà resta la stessa: è ancora l'America a fare la differenza, a spingere sul rafforzamento della sicurezza mentre l'Europa esita.
Nel finale, Zelensky torna all'incontro con Trump. I documenti per porre fine alla guerra, afferma, sono “quasi pronti”. L'Ucraina lavora con “assoluta onestà”, ma la pace richiede anche una Russia disposta a chiudere il conflitto. Da qui l'ennesimo appello: aumentare la pressione su Mosca, a partire dalla protezione dei cieli ucraini.
L'ultima frase è un avvertimento che suona come un ultimatum morale. L'ordine mondiale non nasce dalle intenzioni, ma dalle azioni. Non esiste un domani astratto a cui rimandare le scelte. “Mettiamo fine a questo Giorno della Marmotta”, conclude Zelensky. Perché il tempo, questa volta, non si riavvolge.
Due considerazioni a commento delle dichiarazioni di Zelensky. La prima è perché il presidente ucraino non ha citato anche l'immobilismo dell'Europa nei confronti di uno Stato criminale come lo Stato ebraico di Israele? Forse che Netanyahu abbia assassinato meno persone di Khamenei? Forse che Netanyahu può essere un delinquente impunito perché vi è la possibilità che invii un po' di armi a Kiev?
La seconda considerazione riguarda il contenuto dell'intervento di Zelensky. Perché prendersela con l'Europa se ha avuto un faccia a faccia con Trump? Forse perché non avendo il coraggio di insultare Trump si è sfogato prendendosela con i Paesi dell'Ue? E che dire dei suoi accordi commerciali con Trump, quando gli aiuti ricevuti dall'Europa sono stati persino maggiori rispetto a quelli inviati dagli USA?