Trump celebra l’America “più forte di sempre”, ma i numeri raccontano un Paese indebitato, diviso e sempre meno affidabile
Nel discorso del 4 luglio 2026, immancabilmente, Donald Trump ha trasformato il 250° anniversario dell’indipendenza americana in un gigantesco comizio autocelebrativo. Ha detto che gli Stati Uniti sarebbero “più forti, più liberi, più ricchi, più sicuri e più orgogliosi che mai”, che “l’American dream è tornato”, che il Paese “sta vincendo come mai prima” e che l’America resta “la più grande forza di pace e giustizia sulla terra” .
Ma dietro l'assurda retorica monumentale, la realtà è molto meno gloriosa.
Sul piano economico, la favola trumpiana si schianta contro i dati ufficiali. Il Bureau of Labor Statistics ha certificato che a giugno gli Stati Uniti hanno creato appena 57.000 posti di lavoro, con una crescita occupazionale debole e con le stime di aprile e maggio riviste al ribasso di 74.000 unità. Altro che boom: il mercato del lavoro rallenta, la creazione di occupazione perde forza e il racconto del presidente appare come propaganda più che bilancio.
Anche il debito pubblico smentisce la narrazione della “nuova età dell’oro”. Secondo i dati del Tesoro riportati da Trading Economics, il debito federale statunitense ha raggiunto a maggio 2026 circa 39.207 miliardi di dollari, un massimo storico. Il Congressional Budget Office prevede per il 2026 un deficit da 1.900 miliardi di dollari, pari al 5,8% del PIL, destinato a crescere fino a 3.100 miliardi nel 2036.
Trump parla di ricchezza, forza e prosperità, ma il Fondo Monetario Internazionale descrive un quadro assai più preoccupante: deficit generale fra il 7 e il 7,5% del PIL, debito destinato a superare il 140% rispetto al PIL entro il 2031, inflazione condizionata dai dazi e rischi al rialzo sui prezzi. Non è il ritratto di una potenza risanata: è quello di una superpotenza che vive sopra le proprie possibilità e scarica il conto sul futuro.
L'ossessione per il comunismo
Uno dei fili conduttori dell'intervento è la continua evocazione del comunismo. Trump torna più volte sul tema. Promette che gli Stati Uniti non diventeranno mai un Paese comunista. Definisce il comunismo un cancro. Lo presenta come una minaccia interna ancora attuale.
Ma nel 2026 il principale competitore strategico americano non è l'Unione Sovietica, scomparsa da oltre trent'anni. Le sfide riguardano la competizione tecnologica con la Cina, l'intelligenza artificiale, le catene globali del valore, la transizione energetica e la sicurezza informatica. Continuare a costruire il consenso evocando il comunismo significa utilizzare un linguaggio più utile alla mobilitazione elettorale che all'analisi della realtà geopolitica.
"La libertà"
Trump invoca libertà, Costituzione, giustizia uguale per tutti, ma nel frattempo annuncia restrizioni sul voto, attacca il voto per posta e agita ancora una volta il fantasma dei brogli senza prove sistemiche. Freedom House avverte che le istituzioni democratiche statunitensi hanno subito un’erosione negli ultimi anni; V-Dem colloca gli Stati Uniti fra i Paesi in arretramento democratico; Amnesty denuncia pratiche autoritarie e riduzione dello spazio civico sotto la sua amministrazione.
Ancora più grave è la pretesa di presentare gli Stati Uniti come “la più grande forza di pace e giustizia sulla terra”. Human Rights Watch denuncia invece di un ordine internazionale fondato sulle regole messo sotto pressione anche dall’amministrazione Trump, mentre Freedom House ricorda i tagli agli aiuti esteri, minacce alla sovranità degli alleati e azioni militari unilaterali giuridicamente ambigue. È il contrario della leadership responsabile: è unilateralismo muscolare mascherato da patriottismo.
La storia come strumento politico
Gran parte del discorso è occupata da veterani, battaglie, bandiere storiche, medaglie, eroi militari, Pearl Harbor, Iwo Jima, Guerra Fredda, D-Day, Buffalo Bill, Theodore Roosevelt, Apollo, la Luna, Marte. Sono pagine importanti della storia americana. Il problema non è ricordarle. Il problema è utilizzarle come argomento politico per suggerire che l'attuale amministrazione rappresenti la naturale prosecuzione di due secoli e mezzo di eroismo nazionale.
La memoria storica diventa così uno strumento di legittimazione politica. Non un patrimonio condiviso.
"Il mondo vuole essere come noi"
Trump sostiene che tutto il mondo continui a guardare agli Stati Uniti come modello assoluto, quando invece neppure i turisti ormai pensano più agli USA come ad una meta da visitare. La realtà internazionale appare molto più complessa.
Negli ultimi anni numerosi alleati europei hanno espresso preoccupazioni sulle scelte americane in materia commerciale, climatica e diplomatica. Diversi indicatori internazionali mostrano inoltre una riduzione dell'immagine positiva degli Stati Uniti in numerose aree del mondo.
L’intero discorso è costruito così: bandiere, veterani, Dio, Costituzione, guerre vinte, comunismo, Luna, Marte. Ma la funzione è evidente: coprire con la scenografia patriottica il vuoto dei risultati reali. Trump non risponde al debito. Non risponde all’inflazione. Non risponde al rallentamento del lavoro. Non risponde alla perdita di credibilità internazionale. Non risponde alla degradazione del dibattito democratico. Sostituisce i fatti con l’enfasi, i dati con gli slogan, la politica con la celebrazione di sé.
Il 250° anniversario dell’indipendenza americana avrebbe potuto essere un’occasione per riflettere sui limiti, le contraddizioni e le responsabilità storiche degli Stati Uniti. Trump lo ha trasformato nell’ennesimo palcoscenico personale. Il risultato è un discorso che pretende di celebrare la libertà mentre normalizza la restrizione dei diritti, invoca la forza mentre mostra fragilità economica, parla di giustizia mentre alimenta divisione. Non un bilancio dell’America: un monumento alla propaganda trumpiana.
Fonte: www.newsweek.com/donald-trumps-july-4-speech-read-full-salute-to-250-remarks-12151781