Esteri

Trump torna da Pechino quasi a mani vuote con Xi che detta le condizioni su Taiwan

Due giorni di cerimonie, promesse vaghe e sorrisi studiati non bastano a nascondere la sostanza del vertice: nessuna svolta commerciale, nessun aiuto concreto sull’Iran e un monito durissimo della Cina sulla questione taiwanese. Per la Casa Bianca, a pochi mesi dalle elezioni di midterm, il viaggio rischia di trasformarsi in un boomerang politico.

Donald Trump lascia Pechino senza il trofeo politico che sperava di riportare a Washington. Il presidente statunitense aveva bisogno di risultati immediati, numeri da esibire agli elettori americani e soprattutto di un successo internazionale capace di rilanciare una popolarità indebolita dalla guerra con l’Iran e dalle tensioni economiche interne. Ma il vertice con Xi Jinping, pur immerso in una scenografia quasi imperiale fatta di parate militari, giardini segreti e dichiarazioni amichevoli, si è chiuso senza vere concessioni cinesi.

Dietro le immagini ufficiali di cordialità, infatti, è emersa una realtà molto più fredda: Pechino non intende piegarsi alle necessità elettorali di Trump e continua a ragionare secondo una strategia di lungo periodo, nella quale gli Stati Uniti restano il principale rivale geopolitico da contenere, non un partner da salvare politicamente.

Il nodo più esplosivo resta Taiwan. Xi Jinping avrebbe avvertito Trump, in termini insolitamente netti, che qualsiasi gestione “sbagliata” dell’isola potrebbe degenerare in un conflitto aperto. Un messaggio che va ben oltre la diplomazia ordinaria e che conferma quanto la leadership cinese consideri ormai la questione taiwanese come il cuore della competizione strategica con Washington.

Le parole pronunciate da Trump durante il viaggio di ritorno hanno aumentato ulteriormente l’ambiguità. Il presidente americano ha raccontato di aver ascoltato Xi senza prendere impegni sull’indipendenza taiwanese e ha aggiunto che deciderà presto sulla vendita di armi all’isola dopo aver parlato con “la persona che in questo momento guida Taiwan”. Una formula vaga, ma sufficiente a riaccendere le tensioni. Un eventuale contatto diretto tra un presidente americano in carica e il leader taiwanese rappresenterebbe infatti un precedente esplosivo nei rapporti tra Washington e Pechino.

La Cina, dal canto suo, continua a prepararsi a uno scenario di confronto prolungato. Non è casuale che Xi abbia proposto una nuova definizione del rapporto con gli Stati Uniti, parlando di “stabilità strategica costruttiva”, espressione che sostituisce apertamente la vecchia formula della “competizione strategica” utilizzata durante la presidenza Biden. Non si tratta di un dettaglio semantico: Pechino vuole ridefinire il linguaggio stesso delle relazioni internazionali, cercando di spostare il confronto da una logica apertamente conflittuale a una gestione controllata degli equilibri globali, ma alle proprie condizioni.

Trump, invece, cercava risultati immediatamente spendibili sul piano economico. Anche qui, però, il summit ha prodotto più propaganda che sostanza. L’accordo annunciato sui Boeing ha deluso i mercati: i 200 aerei promessi dalla Cina sono risultati molti meno rispetto ai circa 500 di cui si era parlato nelle indiscrezioni precedenti, tanto che il titolo Boeing è sceso in Borsa subito dopo l’annuncio. La scena è sembrata quasi simbolica dell’intero viaggio: aspettative altissime, risultati modesti.

Ancora più significativo è ciò che non è stato ottenuto. Nessun passo avanti concreto sui chip avanzati per l’intelligenza artificiale, nessuna soluzione definitiva alla crisi delle terre rare — materiali fondamentali per l’industria tecnologica e militare americana — e nessuna vera estensione della tregua commerciale raggiunta nei mesi scorsi. Trump stesso ha ammesso che i due leader non hanno nemmeno discusso dei dazi, un’ammissione sorprendente considerando che proprio la guerra commerciale è stata uno dei pilastri della sua politica verso la Cina.

Sul fronte iraniano, poi, il fallimento appare ancora più evidente. La Casa Bianca sperava che Pechino esercitasse pressioni su Teheran per favorire una de-escalation del conflitto che sta destabilizzando il Medio Oriente e mettendo sotto pressione i mercati energetici globali. Ma la Cina non sembra intenzionata a sacrificare il proprio rapporto strategico con l’Iran per aiutare Washington. Xi ha parlato genericamente di pace e stabilità, ma senza assumere alcun impegno concreto.

Ed è proprio qui che emerge forse la trasformazione più profonda degli equilibri mondiali. Gli Stati Uniti, abituati per decenni a imporre l’agenda diplomatica globale, si trovano oggi davanti a una Cina che non reagisce più come potenza emergente in cerca di riconoscimento, ma come attore ormai convinto di poter dettare tempi e limiti della competizione. Trump sperava di usare il viaggio a Pechino per mostrare forza e capacità negoziale; il rischio, invece, è che il vertice finisca per certificare il contrario: una Casa Bianca costretta a inseguire risultati immediati mentre Xi Jinping continua a giocare una partita molto più lunga.

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
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