Finalmente qualcuno l’ha detto. E non un sindacalista arrabbiato o un economista da talk show, ma il Capo dello Stato in persona: “Troppi squilibri nelle retribuzioni. Il maggior volume delle risorse viene dalle tasse sui dipendenti”.

Tradotto: a tenere in piedi lo Stato sono i lavoratori dipendenti e i pensionati, cioè quelli che non possono evadere, che pagano fino all’ultimo centesimo, mentre altri - spesso più ricchi e potenti - navigano leggeri tra scappatoie fiscali e compensi da capogiro.

 Sergio Mattarella non parla mai a caso. E se ha scelto di usare toni così netti durante la cerimonia delle Stelle al Merito del Lavoro, vuol dire che la misura è colma.

Da una parte, dirigenti e manager con buste paga da capogiro, bonus milionari e benefit infiniti; dall’altra, milioni di lavoratori che si spezzano la schiena per stipendi da fame, spremuti da un fisco che li tratta come bancomat pubblici.

E il risultato? Famiglie che, pur lavorando, scivolano sotto la soglia di povertà. Giovani che emigrano perché in Italia la laurea vale meno di un caffè. E un’economia che cresce, sì, ma solo per chi è già in cima alla piramide.

Mattarella cita i dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro: la quota di reddito da lavoro è calata ovunque, in Italia più che altrove. La Banca Centrale Europea conferma: i salari non tengono il passo con la crescita del Pil.

Tradotto ancora una volta: chi lavora non partecipa ai frutti del progresso, mentre azionisti e supermanager festeggiano.

 

E qui viene la parte scomoda. Perché, diciamocelo, se davvero vogliamo “porre riparo agli squilibri”, come auspica il Presidente, bisogna cominciare da casa propria. Magari proprio dal Quirinale, dove gli stipendi di molti funzionari superano di gran lunga quelli di un insegnante o di un medico ospedaliero.
Un segnale concreto, non simbolico: ridurre i compensi più alti nella pubblica amministrazione e ridistribuire equamente le risorse.

Solo così l’appello di Mattarella smetterebbe di suonare come una predica domenicale e diventerebbe un messaggio politico vero.

Ma la disuguaglianza salariale non è solo una questione di stipendi. È una questione di sistema fiscale distorto.

In un Paese dove l’evasione vale oltre cento miliardi l’anno e dove il contante regna sovrano, chi ha la busta paga è l’unico a pagare sempre e subito.

Forse davvero dovremmo togliere il contante e rendere tutto tracciabile, come suggeriscono molti economisti.
E magari - perché no? - consentire a lavoratori e pensionati di detrarre anche lo scontrino del caffè.

Sarebbe una provocazione, certo, ma anche un modo per dire che la fiscalità non può essere unidirezionale: o tutti contribuiscono, o nessuno può pretendere equità.

Intanto, mentre i “contratti pirata” moltiplicano il precariato e abbassano i salari, l’Italia continua a raccontarsi come una nazione che “riparte”. Ma riparte verso dove, se chi lavora resta fermo, e chi dirige corre con il vento in poppa?
L’appello di Mattarella, in fondo, è una chiamata alle responsabilità collettive: imprese, istituzioni, politica. Ma anche un invito a smascherare l’ipocrisia di chi parla di “merito” solo quando si tratta di giustificare i propri privilegi.

Perché il punto non è punire chi guadagna di più, ma ridare dignità a chi guadagna troppo poco e che per andare in pensione con quattro soldi deve aspettare di compiere 70 anni!

Restituire valore al lavoro, come vuole la Costituzione, e rompere quel circolo vizioso per cui il reddito cresce solo per chi già ne ha abbastanza.
Non servono bonus o mance elettorali. Serve un Paese che si guardi allo specchio e decida, una volta per tutte, da che parte stare: con chi produce ricchezza o con chi la accumula.