Economia

Non si può lavorare fino allo sfinimento: 65 anni sono il limite invalicabile della dignità del lavoro.

C’è un punto oltre il quale l’innalzamento dell’età pensionabile smette di essere una misura di equilibrio dei conti pubblici e diventa una forzatura sociale. Quel punto, oggi, è stato ampiamente superato. Parlare di pensione a 67 anni e più, con l’orizzonte esplicito dei 70, significa ignorare la realtà concreta del lavoro, della salute e della vita delle persone. Per questo riportare il limite massimo a 65 anni non è una scelta ideologica o nostalgica, ma una decisione razionale, giusta e necessaria.

L’argomento più spesso usato per giustificare l’innalzamento dell’età pensionabile è l’aumento dell’aspettativa di vita. Ma questo dato, preso da solo, è fuorviante. Vivere più a lungo non significa vivere più a lungo in buona salute, né tantomeno essere in grado di lavorare fino a età sempre più avanzate. Dopo i 60 anni crescono in modo evidente le patologie croniche, la stanchezza fisica e mentale, il rischio di infortuni. Spingere milioni di persone a restare al lavoro fino a 67, 68 o 70 anni significa spesso condannarle a un fine carriera logorante e a una pensione breve, vissuta in condizioni peggiori.

A questo si aggiunge un elemento che raramente entra nel dibattito pubblico, ma che è decisivo: chi oggi ha più di 60 anni lavora ininterrottamente da quasi quarant’anni, in un contesto profondamente diverso da quello attuale. Sono lavoratori che hanno attraversato decenni di presenza obbligatoria, orari rigidi, turni lunghi, spostamenti quotidiani, spesso senza flessibilità né tutele moderne. Non hanno conosciuto – se non negli ultimissimi anni, e spesso solo marginalmente – strumenti come la settimana corta o il lavoro agile, che riducono drasticamente il tempo di lavoro in presenza e alleggeriscono il carico fisico e mentale. Pretendere che queste persone inseguano lo stesso traguardo pensionistico di chi entra oggi nel mercato del lavoro, con modalità più flessibili e meno usuranti, significa cancellare la storia lavorativa reale di un’intera generazione e trattare come equivalenti condizioni che equivalenti non sono.

C’è poi un problema di equità che non può essere aggirato. L’età pensionabile uguale per tutti presuppone vite uguali, stesso benessere economico e sociale. Chi ha redditi più bassi e minori tutele sanitarie ha un’aspettativa di vita e di salute significativamente inferiore rispetto a chi svolge professioni più prestigiose e meglio retribuite. Innalzare l’età pensionabile colpisce sempre gli stessi: i lavoratori più ‘poveri’ e più ‘deboli’. In questo senso, l’aumento dell’età pensionabile è una misura profondamente ingiusta e regressiva.

Anche dal punto di vista economico, l’idea che lavorare più a lungo sia sempre e comunque conveniente è discutibile. Un lavoratore anziano, spesso affaticato e con problemi di salute, tende ad avere più assenze, minore produttività e maggiori costi indiretti per il sistema sanitario e assistenziale. Molti di questi costi non vengono contabilizzati quando si parla di “risparmi” previdenziali, ma ricadono comunque sulla collettività. Consentire il pensionamento a 65 anni può invece favorire un ricambio generazionale che rafforza il mercato del lavoro e amplia la base contributiva futura.

Il blocco del turnover è infatti un altro effetto collaterale troppo spesso ignorato. Tenere le persone al lavoro sempre più a lungo significa ridurre le opportunità per i giovani, che entrano tardi, con carriere discontinue e contributi frammentati. Così si crea un paradosso: si alza l’età pensionabile per “salvare il sistema”, ma si indebolisce proprio la generazione che dovrebbe sostenerlo domani. Un sistema previdenziale sano ha bisogno di equilibrio tra generazioni, non di una competizione silenziosa tra chi resta e chi non riesce a entrare.

C’è infine una questione più profonda, che riguarda il senso stesso della pensione. La pensione non dovrebbe essere una concessione tardiva, ottenuta quando le energie sono ormai esaurite, ma una fase della vita in cui si può ancora essere attivi, partecipi, utili alla società in forme diverse dal lavoro retribuito. Spostare l’uscita a 70 anni significa svuotare la pensione di significato e trasformarla in un traguardo per pochi fortunati che riescono ad arrivarci integri.

Fissare 65 anni come limite massimo non significa negare la sostenibilità dei conti pubblici, ma ridefinirla in modo più umano e realistico. Significa riconoscere che il lavoro non è infinito, che le persone non sono numeri e che una società moderna si misura anche da come accompagna i suoi cittadini fuori dal lavoro, non solo da quanto a lungo li trattiene. Difendere i 65 anni non è difendere un privilegio: è difendere un’idea di giustizia sociale, di dignità del lavoro e di futuro condiviso.

Autore Freeskipper Italia
Categoria Economia
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