Sanità territoriale, la riforma che cambia il medico di famiglia
Pochi articoli, obiettivi immediati: Case di comunità operative e copertura delle aree scoperte. La convenzione resta, ma il sistema vira verso un modello ibrido tra autonomia e dipendenza.
La linea è stata tracciata, e stavolta appare difficile tornare indietro. La riforma della medicina generale esce dal confronto tra Regioni e Governo con un impianto chiaro: poche norme, immediatamente applicabili, per affrontare due emergenze che da anni paralizzano l’assistenza territoriale — la cronica carenza di medici e il rischio concreto che le Case di comunità restino scatole vuote.
È la scelta del pragmatismo, ma anche della necessità. Perché il tempo delle discussioni teoriche è finito: le strutture finanziate dal PNRR devono entrare in funzione, e il territorio ha bisogno di una risposta adesso.
Il confronto tra gli assessori regionali alla sanità ha prodotto un orientamento netto: separare ciò che è urgente da ciò che è strutturale. Il decreto-legge in preparazione sarà snello, essenziale, concentrato su pochi punti politicamente sensibili ma operativamente decisivi. Tutto il resto verrà dopo.
Nel frattempo, a Palazzo Chigi, il dossier ha già incassato un passaggio politico di peso. La premier Giorgia Meloni avrebbe dato il proprio assenso alla riforma nel corso di un incontro con il ministro della Salute Orazio Schillaci e con il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Un via libera che segnala come il Governo consideri la partita strategica non solo sul piano sanitario, ma anche su quello politico.
I cardini del provvedimento sono due.
Il primo è l’introduzione di un obbligo normativo — non più soltanto contrattuale — per medici di medicina generale e pediatri di libera scelta di svolgere una quota della propria attività all’interno delle Case di comunità. Si parla di almeno sei ore settimanali, con una modulazione legata al numero degli assistiti. In altre parole, la presenza sul territorio organizzato non sarà più facoltativa o affidata alla buona volontà dei singoli: diventerà parte integrante del ruolo.
È un passaggio cruciale. Finora le Case di comunità hanno scontato un limite evidente: edifici pronti, o quasi, ma senza personale stabile. Il rischio di inaugurare contenitori privi di contenuto era concreto. Con questo vincolo, invece, si prova a trasformarle finalmente nel perno dell’assistenza di prossimità.
Il secondo asse riguarda il reclutamento. Le Regioni più in difficoltà potranno ricorrere all’assunzione diretta di personale, ampliando la platea anche a specialisti affini — internisti, geriatri, medici di comunità — per coprire più rapidamente i vuoti di organico. È una svolta rilevante perché introduce, pur senza dichiararlo apertamente, un elemento di dipendenza nel sistema della medicina convenzionata.
Formalmente, infatti, la convenzione resta il modello centrale. Politicamente era inevitabile: sancire il passaggio generalizzato alla dipendenza avrebbe aperto uno scontro frontale con la categoria. Ma nella sostanza gli equilibri cambiano. L’obbligo di attività organizzata nelle Case di comunità e la possibilità di assunzioni dirette delineano un modello ibrido, nel quale autonomia professionale e organizzazione pubblica iniziano a sovrapporsi.
È qui che si gioca la vera portata della riforma: non nella sua dimensione normativa, ma nel cambio di paradigma culturale. Il medico di famiglia non più come presidio isolato, ma come parte di una rete strutturata, integrata, programmata.
Restano fuori, per ora, i dossier più complessi: la revisione della remunerazione, la formazione specialistica in medicina generale, la ridefinizione complessiva del rapporto di lavoro. Temi pesanti, che richiedono tempi lunghi e un confronto inevitabilmente conflittuale.
La scelta del Governo è evidente: intervenire subito dove serve, rinviando le battaglie più divisive.
Resta da capire se basterà. Perché una riforma della medicina territoriale non si misura solo sulla capacità di coprire turni o riempire strutture, ma sulla possibilità di ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini, professionisti e servizio pubblico.
Intanto i sindacati si preparano allo scontro. E questa sarà la vera prova politica: trasformare una riforma necessaria in una riforma praticabile, senza aprire una guerra con chi quella sanità, ogni giorno, la tiene in piedi.