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Osvaldo Bagnoli, l'uomo che rese possibile l'impossibile: addio al padre del Verona campione d'Italia

Il calcio italiano perde uno dei suoi ultimi grandi maestri. È morto oggi, all'età di 91 anni, Osvaldo Bagnoli, l'allenatore che ha firmato una delle imprese più straordinarie nella storia dello sport italiano: lo scudetto conquistato dall'Hellas Verona nella stagione 1984-1985. Ricoverato negli ultimi giorni all'ospedale di Borgo Roma, a Verona, si è spento nella città che lo aveva adottato e che gli aveva consegnato un posto nell'eternità del calcio.

Ci sono allenatori che vincono. E poi ci sono allenatori che cambiano per sempre il significato della parola "impresa". Osvaldo Bagnoli apparteneva alla seconda categoria.

In un'epoca in cui la Serie A era il campionato più difficile e prestigioso del mondo, popolato dai migliori fuoriclasse del pianeta, il suo Verona riuscì a fare ciò che sembrava semplicemente impossibile. Con una squadra costruita senza i budget delle grandi potenze del calcio italiano, Bagnoli superò Juventus, Inter, Milan, Roma, Napoli e Fiorentina, conquistando l'unico scudetto della storia gialloblù.

Era un calcio diverso, probabilmente irripetibile. Le grandi dominavano il mercato, i campioni stranieri arrivavano in Italia a ogni sessione di trasferimenti e le provinciali sembravano destinate soltanto a lottare per la salvezza. Quel Verona cambiò ogni previsione.

Il capolavoro nacque dalla capacità di costruire un gruppo prima ancora che una squadra. Claudio Garella in porta, Roberto Tricella a guidare la difesa, Antonio Di Gennaro in cabina di regia, Pietro Fanna sulle fasce, Hans-Peter Briegel con la sua straordinaria potenza atletica e Preben Elkjær Larsen, attaccante tanto geniale quanto imprevedibile. Giocatori fortissimi, certo, ma che sotto la guida di Bagnoli riuscirono a esprimere qualcosa di superiore alla semplice somma delle individualità.

Il tecnico milanese, cresciuto nella Bovisa operaia, non aveva bisogno di slogan o proclami. Parlava poco, osservava molto. Non cercava i riflettori e rifuggiva ogni forma di protagonismo. Era il contrario dell'allenatore moderno costruito attorno all'immagine. Preferiva il lavoro silenzioso, l'organizzazione tattica, la fiducia nei propri uomini e una gestione dello spogliatoio basata sul rispetto reciproco.

Proprio questa normalità rese straordinario il suo successo. Bagnoli non si atteggiava a genio della panchina. Non vendeva rivoluzioni calcistiche. Faceva semplicemente funzionare una squadra meglio di chiunque altro.

Lo scudetto del Verona rimane ancora oggi uno degli eventi più romantici della storia della Serie A. Non solo perché fu vinto da una provinciale, ma perché rappresentò la dimostrazione che competenza, organizzazione e spirito collettivo potevano ancora prevalere sul peso del blasone e delle disponibilità economiche.

Dopo quell'impresa arrivarono altre esperienze importanti, dal Genoa all'Inter, ma il suo nome resterà per sempre legato a quella primavera del 1985, quando un'intera città scoprì che anche i sogni apparentemente impossibili possono trasformarsi in realtà.

Con la scomparsa di Osvaldo Bagnoli se ne va anche un pezzo di un calcio che oggi sembra lontanissimo. Un calcio fatto di uomini prima che di personaggi, di lavoro prima che di comunicazione, di sostanza prima che di immagine.

Il suo Verona continua ancora oggi a rappresentare il simbolo più autentico di ciò che ogni tifoso sogna all'inizio di una stagione: che, almeno una volta, Davide possa davvero battere Golia.

E forse è proprio questo il lascito più grande di Osvaldo Bagnoli. Aver dimostrato che nel calcio, come nello sport, l'impossibile esiste soltanto fino al giorno in cui qualcuno trova il coraggio di realizzarlo. 

Autore Mauro Sartini
Categoria Sport
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