Referendum Flop! Sinistra  KO!
I cinque referendum abrogativi in materia di leggi sul lavoro e sulla cittadinanza sono stati bocciati dagli italiani. Non è stato infatti raggiunto il quorum - ovvero l'asticella rappresentata dal 50% più 1 degli aventi diritto al voto - che avrebbe validato l'esito complessivo sul sì o no ai quesiti referendari del centro sinistra. In attesa dei dati definitivi ufficiali che arriveranno dai 61.591 seggi sparsi in tutto il Paese e che a breve verranno pubblicati su "Eligendo", il portale del Ministero dell'Interno, si può constatare che all'incirca il 30% della popolazione si è recata alle urne per esprimersi sull'abolizione del Jobs Act e della modifica articolo 26 del Testo Unico sulla Sicurezza, nonché sul dimezzamento dei tempi di concessione della cittadinanza italiana agli extra-comunitari.

Vista questa astensione così elevata, dunque, restano in vigore le attuali leggi dello Stato.

La pesante sconfitta del cosiddetto “campo largo” nel recente referendum rappresenta un segnale chiaro e inequivocabile da parte dei cittadini italiani. Da Landini a Schlein, da Conte a Fratoianni, da Bonelli a Renzi e Calenda, l’intero spettro di quella coalizione è stato sonoramente bocciato dalle urne, consegnando un messaggio politico che non ammette fraintendimenti.

Innanzitutto, la conferma di un consenso solido e stabile attorno al Governo Meloni è il dato più lampante. Gli elettori hanno ribadito con forza la volontà di lasciare il governo in carica “lavorare in pace”, senza lacerazioni o forzature di carattere istituzionale. Questa fiducia non nasce dal nulla, ma da numeri e fatti concreti: l’occupazione che segna record positivi, la disoccupazione che cala a livelli storicamente bassi, e una decisa riduzione del precariato. Si tratta di indicatori che testimoniano un mercato del lavoro che, malgrado le difficoltà globali, sta funzionando e sta garantendo dignità e stabilità a migliaia di lavoratori.

Sul fronte dell’immigrazione e della cittadinanza, un altro elemento da sottolineare è il fatto che le oltre 200mila naturalizzazioni annuali rappresentano un chiaro segno di integrazione e di inclusione. La legge sulla cittadinanza in vigore appare quindi efficace, e se qualche aggiustamento è necessario, deve puntare più sulla consapevolezza e sulla scelta matura, piuttosto che sull’agevolazione a fini opportunistici. La cittadinanza deve essere un percorso di convinzione e non un semplice passaggio burocratico.

Non meno importante, infine, è la riflessione sul ruolo stesso dello strumento referendario. È sotto gli occhi di tutti che il referendum, da sempre presidio fondamentale della democrazia diretta, rischia di perdere la sua natura imparziale e terza. La sua trasformazione in un campo di battaglia politico-partitico ne svilisce il valore alto e costituzionale. Questa deriva rischia di minare la fiducia degli elettori verso un meccanismo che dovrebbe essere, invece, una garanzia di partecipazione popolare genuina e non uno strumento di lotta politica.

In sintesi, il referendum appena concluso ci consegna un quadro preciso: una maggioranza di cittadini che si riconosce nel governo attuale, che apprezza i risultati sul mercato del lavoro, che chiede una cittadinanza più consapevole e un referendum più pulito e meno politicizzato. Un monito che tutti gli attori politici dovrebbero ascoltare con attenzione per costruire un’Italia più coesa, stabile e democratica.

Adesso alla maggioranza di governo spetta però un obbligo imprescindibile, per altro sbandierato in campagna elettorale e ancora non attuato: 

il superamento della Legge Fornero, con un sistema previdenziale che restituisca dignità al lavoro e alla pensione, riportando l'asticella dell'età pensionabile a 65 anni ed un calcolo dell'assegno congruo al tenore di vita garantito dalle ultime buste paga!