La distinzione tra ciò che è gestione tecnica del rischio e ciò che è marketing della percezione tocca il cuore pulsante della sicurezza nei Campi Flegrei.
In una caldera urbana ad altissimo rischio, la sicurezza reale non si costruisce raccogliendo opinioni in piazza, ma imponendo logistica strutturale dall'alto.
I piani di comunicazione e la partecipazione civica sono strumenti psicologici utili a calmare l'opinione pubblica, ma in termini di pura sopravvivenza contano solo le infrastrutture, la tecnologia di monitoraggio e la catena di comando imperativa. Ma di questo la Politica locale non sembra rendersene conto.
Il bradisismo - infatti - non è un semplice terremoto della durata di minuti, ma il "respiro" profondo e potenzialmente distruttivo di una delle caldere più pericolose al mondo.
Chi vive nei Campi Flegrei sperimenta da secoli una realtà unica: non si teme tanto la scossa improvvisa, quanto la lenta, inesorabile deformazione del suolo che logora le fondamenta delle case e la stabilità stessa della propria vita quotidiana.
Il termine "bradisismo" deriva dal greco bradýs (lento) e seismós (scossa). Identifica il lento sollevamento o abbassamento del suolo causato dalle variazioni di pressione all'interno della camera magmatica o del sistema idrotermale sottostante. Il testimone è il Macellum di Pozzuoli (noto come Tempio di Serapide). Costruito in epoca romana vicino al mare, l'edificio ha subito nei secoli una lenta subsidenza (abbassamento) che lo ha portato sotto il livello marino. Oggi, le tre colonne superstiti mostrano fori causati dai litodomi (molluschi marini) fino a un'altezza di oltre 5 metri. Questo dimostra che il suolo è sceso, è rimasto sommerso per secoli e poi è risalito con una escursione complessiva di circa 10 metri.
Dopo secoli di costante abbassamento, nei primi anni del 1500 il suolo iniziò a sollevarsi in modo repentino, prosciugando ampie porzioni di costa e nel settembre del 1538, la pressione accumulata si sfogò con un'eruzione che in pochissimi giorni formò un nuovo cono vulcanico: il Monte Nuovo. Successivamente, l'area tornò a una lunghissima fase di lento e costante abbassamento durata fino alla metà del XX secolo.
Anche nel Novecento non erano mancate dinamiche violente senza eruzione, ma con pesanti impatti sociali. Era il 1970-1972, quando il suolo si sollevò di circa 1,7 metri e per motivi di stabilità strutturale venne sgomberato forzatamente l'intero storico quartiere del Rione Terra a Pozzuoli.
Poi, nel 1982-1984, arrivò una crisi ancora più dura: il suolo si sollevò di quasi 2 metri in due anni, accompagnato da oltre 16.000 terremoti. Il centro storico di Pozzuoli subì danni strutturali gravissimi e gran parte della popolazione venne trasferita nei nuovi quartieri satellite, come Monterusciello.
Inutile aggiungere che per circa 15 anni nei Campi Flegrei si è vissuti con una borsa pronta per scappare. Persino i bambini sanno già cosa fare.
Oggi ci risiamo. I Campi Flegrei si trovano in una nuova fase di sollevamento initerrotta dal 2005 e il suolo si è sollevato complessivamente di oltre 1,60 metri dall'inizio di questa crisi. Negli ultimi mesi la velocità si attesta su una media di 10-15 millimetri al mese.
La sismicità che fa tanta notizia è il mero effetto di questo sollevamento che deforma le rocce superficiali (fino a 2-3 km di profondità) e genera terremoti frequenti, culminati in forti scosse come quella di magnitudo 4.4, che mettono a dura prova la statica degli edifici più vecchi o non adeguati.
La speranza è che - come avvenuto nel corso dei millenni - la pressione dei fluidi nel sottosuolo diminuisca lentamente, cioè che ricominci una lentissima fase di subsidenza (discesa), esattamente come avvenuto dopo le crisi del 1538, del 1972 e del 1984. È lo scenario auspicato, ma non cancellerebbe i danni cumulati sulle strutture edilizie durante la fase di salita.
Al momento, gli scienziati dell'INGV escludono l'evento peggiore (una eruzione come nel 1538), in quanto il fenomeno attuale è guidato principalmente dalla fortissima pressione dei fluidi idrotermali (gas e vapori caldi) che spingono da sotto, senza che vi siano al momento evidenze chimiche o termiche di una risalita diretta di magma fresco verso la superficie.
Ma il sollevamento potrebbe proseguire ai ritmi attuali ancora per molto tempo.
In questo caso, anche senza eruzione, l'accumulo di deformazione geometrica del terreno (lo stress inclinato sulle fondamenta) e lo sciame sismico continuo potrebbero compromettere l'agibilità di un numero sempre maggiore di edifici pubblici e privati, rendendo inevitabili nuovi sgomberi mirati o l'inagibilità di intere aree urbane storiche.
In una tale progressione, non sarebbe escluso l'evento magmatico come nel 1538 a Monte Nuovo.
Se la fratturazione delle rocce dovesse raggiungere livelli critici e il magma trovasse una via di risalita, i parametri geochimici (gas, temperature delle fumarole) cambierebbero drasticamente e il livello di allerta passerebbe da giallo ad arancione e infine a rosso, facendo scattare l'unico vero strumento di protezione definitiva per la vita umana: l'evacuazione preventiva di massa (lo sgombero) programmata dal piano d'emergenza nazionale.
Le responsabilità politiche nella gestione dei Campi Flegrei affondano le radici in decenni di decisioni urbanistiche miopi, dove la pressione demografica ed economica ha sistematicamente ignorato i vincoli imposti dalla natura.
Per decenni i Comuni hanno concesso licenze edilizie in aree a fortissimo rischio geometrico e sismico, assecondando l'espansione della città metropolitana di Napoli verso ovest.
Inoltre, l'inerzia nel contrastare l'abusivismo edilizio (e la successiva piaga dei condoni nazionali) ha legalizzato migliaia di abitazioni strutturalmente non verificate, aumentando a dismisura la densità della popolazione esposta (oltre 500.000 persone nell'area rossa).
Eppure, fin dal 1985 la "Legge Galasso" aveva imposto vincoli paesistici e ambientali su ampie aree della Campania, tra cui l'apposito Piano Territoriale Paesistico (PTP) dei Campi Flegrei.
Solo nel 2024 e solo per intervento del Governo, è stato definitivamente sancito lo stop assoluto al rilascio di nuovi titoli edilizi per nuove costruzioni nella zona d'intervento bradisismica.
Negli ultimi anni, inoltre, si è assistito a una proliferazione di assemblee pubbliche, tavoli di confronto, comitati di quartiere e iniziative di "progettazione partecipata" del rischio. Sebbene queste attività abbiano un valore sociale o sociologico per ridurre l'ansia collettiva, dal punto di vista della sicurezza operativa presentano forti criticità, ad esempio perché possono ingenerare l'idea che alcune misure siano negoziabili.
Un piano di evacuazione non può essere negoziato o condiviso dal basso. La logistica di un'evacuazione di massa per oltre 500.000 persone richiede competenze ingegneristiche, militari e trasportistiche che non possono essere messe ai voti.
Le decisioni devono essere puramente tecniche e calate dall'alto.
Inoltre, la concertazione e il coinvolgimento continuo dei cittadini potrebbero servire o comunque essere percepite come paravento politico per coprire le carenze strutturali delle istituzioni locali.
Discutere a lungo con la cittadinanza su "come comunicare l'emergenza" distoglie l'attenzione dal fatto che magari i ponti non sono stati adeguati, i piani dei trasporti non sono pronti o le vie di fuga sono ancora bloccate dal traffico quotidiano o dai cantieri infiniti.
I bandi per il rinforzo delle case o i dibattiti pubblici addolciscono la percezione del pericolo, ma non modificano l'orografia del territorio. Se si verifica l'evento critico, l'unica cosa che fa la differenza tra la vita e la morte è l'efficienza dei sistemi della protezione civile.
I Campi Flegrei sono un imbuto geografico con un'altissima densità demografica. Se le strade rimangono strette, i nodi autostradali intasati e i ponti non adeguati, l'evacuazione fallisce.
La vera protezione si fa allargando le arterie stradali, creando svincoli dedicati, blindando le infrastrutture critiche e garantendo la disponibilità immediata e centralizzata di treni, navi e autobus.
La vera protezione si fa educando, formando, istruendo la popolazione e non coinvolgendola in un immaginario processo democratico, mentre in realtà si tratta di un'operazione di protezione ed evacuazione di stampo strategico.
La gestione del rischio vulcanico richiede una struttura piramidale rigida e indiscutibile. Quando i parametri geofisici superano la soglia di guardia, la decisione di dichiarare l'allarme e ordinare lo sgombero spetta esclusivamente all'autorità politica nazionale (il Presidente del Consiglio e il Capo della Protezione Civile) su indicazione della commissione scientifica.
Nel momento in cui scatta l'allerta, le istituzioni non devono chiedere consenso, ma dare ordini imperativi: bloccare il traffico privato, requisire i mezzi di trasporto necessari, instradare la popolazione su percorsi prestabiliti e gestire i flussi verso le regioni gemellate.
Il Piano di Emergenza NON è una promessa di protezione, nè un patto tra istituzioni e cittadini, nè un impegno collettivo come chi fa politica vorrebbe credere e far credere.
Il Piano di Emergenza è un documento tecnico operativo: c'è scritto chi fa cosa, come ed in quanto tempo, senza troppe chiacchiere visto che c'è da scappare.
E qui viene il bello.
Se parliamo di protezione della comunità, la domanda è: ogni famiglia e ogni attività hanno ricevuto dalla Protezione Civile il proprio bravo foglio con le istruzioni su cosa fare e dove andare in caso di emergenza?
No, la gestione della sicurezza nell'area flegrea non si basa sulla consegna fisica e capillare di un vademecum cartaceo a ogni cittadino, bensì sulla responsabilità del singolo nell'informarsi e sulla consultazione di piani digitali, esercitazioni pubbliche e campagne informative sul territorio. (fonte Protezione Civile - link)
Avete capito bene ...

