Salute

Il PNRR Sanità in scadenza e i servizi sanitari regionali 'non pervenuti'

Il sistema sanitario italiano sta vivendo una ristrutturazione che riguarda tutte le sue parti, dalle strutture ai lavoratori fino ai cittadini che usufruiscono delle cure. Alcune cose vanno, altre sono in ritardo, altre in corso, altre ancora sembrano impossibili ed, infine, altre ricadranno sul prossimo governo. 
Vediamo di cosa si tratta.

Il PNRR Sanità ha portato fondi significativi per modernizzare ospedali, ambulatori e strumenti digitali: molte cartelle cliniche ora sono elettroniche, i referti si possono ricevere online e le prenotazioni possono avvenire tramite app o portali centralizzati. L’idea è semplificare la vita dei cittadini, ridurre gli errori e consentire ai medici di concentrarsi sulla cura più che sulla burocrazia.

Secondo i monitoraggi del 2025, una quota molto rilevante delle risorse destinate alla sanità nell’ambito del PNRR non è ancora stata spesa, e questo riguarda sia i fondi impegnati ma non utilizzati concretamente, sia obiettivi di spesa molto indietro rispetto alle scadenze previste.
Un monitoraggio dell’Osservatorio indipendente Gimbe evidenziava nel luglio 2025 che l’82 % delle risorse destinate alla Missione Salute del PNRR non era stato speso rispetto a quanto disponibile e programmato per quella fase, con solo circa il 18 % dei fondi effettivamente utilizzato. In termini assoluti ciò si traduceva in circa 12,8 miliardi di euro che ancora non avevano prodotto spese effettive rispetto ai progetti previsti dal piano.
In altre parole, una parte significativa dei fondi PNRR per la sanità è stata impegnata nei progetti, ma la maggioranza di quella somma non si è trasformata in spesa reale, perché i lavori, le assunzioni e le attivazioni della nuova organizzazione non sono ancora completati. Ciò significa che una quota importante di risorse è “in sospeso”, rischiando di non essere utilizzata entro la deadline di rendicontazione europea del giugno 2026 se gli obiettivi e i relativi investimenti non vengono portati a termine in tempo.

In parallelo, sono nate le Case di Comunità, che dovrebbero diventare il primo punto di contatto tra cittadini e sistema sanitario: un luogo dove fare visite di base, prenotazioni, controlli, ma anche avere accesso a servizi sociali, assistenza domiciliare e consulenze su invalidità o 104. In pratica, l’obiettivo è che ogni cittadino trovi vicino a casa un riferimento stabile, evitando di recarsi sempre in ospedali grandi e affollati per problemi di routine.

A fine 2025 risultavano programmate dalle Regioni ben 1.715 Case della Comunità su tutto il territorio nazionale, ma solo 66 strutture (4%) risultavano pienamente operative secondo gli standard previsti, cioè con tutti i servizi attivi e dotazione di personale medico e infermieristico completa. Una quota significativa, pari al 37,8 %, era solo nominale, cioè non aveva ancora alcun servizio attivo, mentre circa il 45,5 % offriva solo alcuni ambulatori di base o servizi parziali: solo una piccolissima percentuale delle Case della Comunità è pienamente funzionante: .
Questa lentezza nell’attivazione completa delle Case della Comunità rappresenta uno dei principali motivi per cui la riforma dell’assistenza territoriale del SSN rischia di non raggiungere gli obiettivi entro la scadenza del 30 giugno 2026 fissata dal piano europeo, con potenziali ripercussioni sulla capacità dell’Italia di spendere i fondi PNRR senza dover restituire risorse all’UE.

I Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) sono il parametro che indica cosa il servizio sanitario deve garantire a tutti: visite mediche, esami diagnostici, terapie farmacologiche e prestazioni di emergenza. La ristrutturazione cerca di uniformare i LEA su tutto il territorio, ma le differenze regionali restano evidenti: alcune aree rispettano quasi completamente i LEA, con tempi di attesa ridotti e strutture moderne, mentre altre devono affrontare carenze di specialisti, macchinari obsoleti o strutture lontane dai centri abitati.
Da una parte, l’Italia ha formalmente aggiornato e ampliato i LEA, includendo nuove prestazioni e stabilendo chiare responsabilità istituzionali.  Dall’altra, questa “legge sulla carta” non si traduce sempre in una garanzia reale e uniforme di servizi per tutti i cittadini.
Il Parlamento europeo ha recentemente evidenziato come il divario fra Nord e Sud nella capacità di garantire LEA si stia allargando, associato anche a fenomeni come l’aumento della spesa sanitaria privata (che significa che molti cittadini devono pagare di tasca propria servizi che dovrebbero essere gratuiti o a ticket) e la mobilità interregionale dei pazienti.

Per chi soffre di malattie rare o necessita di riconoscimenti come invalidità civile o 104, i percorsi spesso sono ancora complicati: le procedure sono lunghe, non sempre digitalizzate, e spesso dipendono dalla capacità organizzativa delle diverse strutture regionali e dalla discrezionalità dei singoli sanitari.
. Questo significa che due cittadini con lo stesso bisogno possono avere esperienze molto diverse a seconda di dove vivono.

Il tema del personale sanitario è centrale. I concorsi per medici, infermieri e operatori socio-sanitari sono frequenti, ma la domanda supera l’offerta: gli infermieri, in particolare, sono insufficienti rispetto al fabbisogno reale, mentre medici specialisti in alcune discipline sono ancora pochi.
Le resistenze a nuove assunzioni da parte dei diversi  governi negli ultimi 10 anni derivano dal fatto che in Italia non esiste ancora un unico “piano di fabbisogni” nazionale delle professioni sanitarie con dati vincolanti per tutte le Regioni che stabilisca in modo dettagliato quanti medici specialisti, infermieri o altre figure servono in ogni specialità in ospedali e territorio. 
Viceversa, la norma italiana prevede che ad ogni ente del Servizio sanitario nazionale (Aziende sanitarie locali, Ospedali, Aziende ospedaliero‑universitarie) basti predisporre il proprio piano triennale dei fabbisogni del personale, per poter bandire i concorsi pubblici. 
Inoltre, il paradosso ante litteram: proprio nella Sanità  la pressione, i turni massacranti e le ore straordinarie non hanno un limite adeguato a tutela della salute. Solo alcune Regioni li riconoscono e ... li compensano con incentivi economici, non con il riposo o con la riduzione del rischio (sic!). Il tutto senza considerare che la carenza di personale è l'esposizione a stress influiscono direttamente sulla qualità delle cure ospedaliere e sulla capacità delle Case di Comunità di funzionare come previsto.

Un’altra sfida riguarda la gestione dei servizi specifici, come le malattie rare, la disabilità e i benefici legati alla legge 104. Nonostante ci siano protocolli e tutele, la loro applicazione pratica può essere lenta e complessa, e la digitalizzazione non è ancora uniforme. Spesso i cittadini devono muoversi tra uffici diversi, compilare modulistica cartacea o attendere mesi per visite e certificazioni, mentre in altre aree gli stessi servizi sono accessibili rapidamente online o tramite sportelli dedicati nelle Case di Comunità.

Intanto, a giugno va in scadenza il PNRR con i suoi progetti strutturali — Case della Comunità, ospedali di comunità, digitalizzazione, posti letto in terapia intensiva e sub-intensiva — che richiedono personale per essere considerati completati e tutto questo porta alle Regioni e alle differenze tra regioni.
In alcune zone, le strutture sono moderne, ben attrezzate e integrate digitalmente; in altre, ospedali e ambulatori soffrono carenze croniche, come lunghe liste d’attesa, organigrammi ridondanti o incompleti, sprechi, sovrapposizioni e difficoltà organizzative.
L’obiettivo del PNRR è ridurre queste disparità, ma proprio queste carenze comportano - come stiamo vedendo - l'incapacità in alcune regioni anche solo a fornire i dati della situazione oggettiva del personale nelle proprie strutture Asl e ospedaliere.
Se questi elementi hanno richiesto anni per emergere, per le regioni già in difficoltà il rischio di rimanere indietro è altissimo, ma con il risultato che la maggior parte dei cittadini percepiranno non la Regione, bensì lo Stato e l'Unione Europea. 

Un disastro che è un effetto collaterale del PNRR Sanità 'originale' voluto da Conte e Speranza senza prevedere una riforma dei Sistemi Sanitari Regionali che consentisse allo Stato di intervenire in surroga, cioè lasciando le Regioni libere di fare o meglio di disfare ... tanto tutte le strade portano a Roma (e a Bruxelles).

Cavalcare una percezione di fallimento diffuso pur avendo stanziamenti europei significativi può essere una buona tattica, per certa politica locale, ma non assolve all'assenza di una strategia, quella che serve per portare i servizi ai cittadini.

Infine, la ristrutturazione tocca anche il lato più umano del sistema: il rapporto tra cittadini e operatori sanitari. Per funzionare davvero, la riforma deve garantire non solo infrastrutture moderne e digitalizzazione, ma anche formazione continua, supporto al personale, comunicazione chiara con i cittadini e percorsi semplificati per chi ha bisogni particolari. Se questi elementi non funzionano, i fondi, le nuove strutture e le tecnologie rischiano di non tradursi in vantaggi concreti per chi si rivolge al sistema sanitario.

In sintesi, la ristrutturazione italiana punta a modernizzare, uniformare e rendere più vicina la sanità ai cittadini, ma il successo dipenderà da come saranno gestiti personale, risorse e comunicazione dalle singole Regioni. Altrimenti, la promessa di un sistema più efficiente rischia di restare teorica, mentre i disagi reali continuano a colpire chi ogni giorno si rivolge a medici, ambulatori e ospedali.

Autore scienzenews
Categoria Salute
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