Dalla crisi industriale all'economia di guerra: la nuova ricetta che il governo Meloni si è inventata in barba al Parlamento e agli italiani
Chiamarla “tutela della sicurezza dello Stato” è un insulto all’intelligenza. Dietro questa formula burocratica e anestetizzante, il governo Meloni sta portando avanti una scelta politica chiarissima: trasformare l’economia italiana in un’economia di guerra. Altro che sicurezza. Qui si parla di fabbriche riconvertite per produrre armi, di infrastrutture piegate agli interessi dell’industria bellica, di risorse pubbliche dirottate verso cannoni e sistemi d’arma, mentre il Paese reale affonda.
E tutto questo avviene con un emendamento della manovra di bilancio.
La riformulazione degli emendamenti alla manovra è un vero e proprio blitz. Con decreti dei ministeri della Difesa e delle Infrastrutture si vogliono individuare attività, aree e progetti per “realizzare, ampliare, convertire” capacità industriali militari. Traduzione: invece di salvare l’industria civile, la si militarizza. Invece di investire in innovazione, lavoro di qualità e riconversione ecologica, si sceglie la scorciatoia più cinica: produrre armi. Senza dimenticare che, prima o poi, queste armi dovranno essere usate... perché la riconversione della produzione industriale in una produzione industriale bellica comporta che la produzione non possa esser limitata ad un carrarmato! E per giustificare cento, mille, diecimila nuovi carrarmati questi dovranno pur essere usati e... distrutti. Tutto questo non può che avvenire in una guerra. E tutto ciò ha senso?
È una decisione gravissima, come denuncia Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra. Non solo perché stravolge il modello produttivo del Paese, ma perché avviene mentre il governo accetta supinamente di destinare il 5% del PIL alla spesa militare. Parliamo di circa 100 miliardi di euro l’anno. Una cifra mostruosa. Una cifra che grida vendetta se confrontata con i continui tagli a pensioni, scuola, sanità e trasporto pubblico. Qui non c’è alcuna emergenza di sicurezza: c’è una precisa scelta ideologica.
Il governo Meloni, di fronte alla crisi industriale – a partire da quella drammatica del settore automotive – non propone un piano serio di rilancio, non investe nella transizione ecologica, non difende il lavoro. Preferisce riconvertire le fabbriche in arsenali. È la resa totale a una visione miope e subalterna, che paga pegno agli equilibri geopolitici internazionali e agli interessi dell’industria bellica, anche a costo di impoverire il Paese.
Questa non è politica industriale. È una fuga dalla realtà. È l’ammissione di incapacità nel governare la complessità economica e sociale dell’Italia. Trasformare la crisi in un’opportunità per produrre armi non è pragmatismo: è irresponsabilità. È scegliere il rumore dei cannoni al posto del futuro dei cittadini.
E mentre il governo parla di “sicurezza”, la vera insicurezza cresce: salari fermi, servizi pubblici allo stremo, giovani che emigrano, territori abbandonati. Ma su questo, ovviamente, non c’è nessuna manovra straordinaria. Per le armi sì. Per il Paese, no.
Prima di concludere, non possiamo non sottolineare il coinvolgimento in tutto ciò anche del ministero delle Infrastrutture, di cui è incaricato il leghista pro Putin Matteo Salvini che fino a ieri pubblicava a raffica post sulla pace e sul no alle armi!