Economia

Kasanova & Co., il Titanic del retail ormai è un caso politico (e sindacale)

C’è qualcosa di epico – e vagamente tragicomico – nella gestione italiana delle crisi aziendali. Ogni volta la scena è la stessa: i conti vanno a picco, il mercato cambia, i clienti comprano online, ma a Roma si apre un tavolo. E sul tavolo si tenta il miracolo.

L’ultimo caso è Kasanova, storica catena di articoli per la casa. I numeri non sono una febbre passeggera: sono la cartella clinica di una patologia cronica.

Fatturato 2023 era sceso a 343,6 milioni di euro (-5%).
Margini in calo, dal 46% al 44,6%, EBITDA negativo (-0,8%), Costi di affitto +11%, Costi operativi +8,8 milioni, tra container a 20.000 dollari e inflazione. Capitale sociale azzerato.
Tradotto per i non addetti ai lavori: si vende meno, si guadagna meno, si spende di più. E i soldi sono finiti.

Nell’ottobre 2024 l’azienda entra nella procedura di composizione negoziata per evitare il fallimento. Si promettono chiusure selettive, tagli, un ridimensionamento “ordinato”. Poi arriva OVS con un’offerta: 15 milioni di aumento di capitale, creditori che rinunciano a 40 milioni di debiti. Un sacrificio collettivo per tenere in vita la nave. 
Peccato che l’operazione salti. Le condizioni non si verificano. Le banche non si allineano. 

 E qui inizia il caso politico con un copione già visto: tavolo al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Monitoraggio. Nuovi incontri. Manifestazioni di interesse. Due diligence. Parole rassicuranti.
Il Ministero non si dà per vinto. Come già fatto con La Perla, Beko, Riello, Coin, Diageo. Una lista che sembra il bollettino di guerra del manifatturiero e del retail italiano.
L’idea è nobile: salvare aziende e posti di lavoro.

Il problema è che il mercato, nel frattempo, non aspetta il verbale del tavolo ministeriale.

A quel tavolo, infatti, è assente il convitato di pietra: l’e-commerce
E mentre si discute nelle stanze romane, milioni di consumatori fanno click. Comprano online, confrontano prezzi in tempo reale, ricevono a casa in 24 ore.
Il retail fisico generalista è sotto pressione ovunque, non solo in Italia. Affitti alti, costi fissi pesanti, margini sempre più sottili. Non è una tempesta passeggera: è un cambio climatico.

E allora la domanda diventa scomoda: ha senso spendere risorse pubbliche per rallentare un’evoluzione che sembra strutturale?

I sindacati fanno il loro mestiere: denunciano il “Moloch dei licenziamenti” e chiedono garanzie. Il governo fa il suo: evita di lasciare migliaia di famiglie senza paracadute.
Ogni salvataggio ha un prezzo. Ammortizzatori sociali, incentivi, mediazioni finanziarie, tempo e risorse pubbliche. Il conto lo pagano i contribuenti. Sempre.
Ma non solo.

Spesso questi interventi non cancellano il problema: lo spostano in avanti.
Oggi si evita il licenziamento, si guadagna tempo, si parla di rilancio. Domani – o dopodomani – se il modello non regge, il nodo torna al pettine.
E il prezzo lo pagano innanzitutto i lavoratori: non disoccupati subito, ma disoccupati più tardi, dopo mesi o anni di incertezza.

Tra protezione e accanimento terapeutico la linea è sottile.
Intanto, il rischio è trasformare lo Stato in un assicuratore universale del rischio d’impresa: se va bene, gli utili restano privati; se va male, si apre un tavolo.

In Germania i sindacati (come ver.di nel commercio) operano dentro un sistema di Mitbestimmung (codeterminazione) e chiederebbero ben altro:

  • Accesso completo ai conti attraverso il consiglio di sorveglianza.
  • Piano industriale dettagliato, con numeri verificabili.
  • Piano sociale (Sozialplan) obbligatorio in caso di chiusure.
  • Indennità di uscita consistenti.
  • Riqualificazione professionale finanziata dall’azienda.
  • Uso massiccio del Kurzarbeit (riduzione orario con integrazione salariale pubblica) per evitare licenziamenti immediati.

Insomma, se il modello non è sostenibile, i sindacati tedeschi tendono ad accettare la ristrutturazione. Non difendono il singolo punto vendita “a prescindere”. La priorità non è “salvare tutto”, ma negoziare il prezzo della ristrutturazione. Difendono reddito, transizione e dignità dell’uscita.

Dunque, Kasanova oggi è il simbolo di un dilemma più grande per il governo, ma anche per il sindacato: accompagnare la trasformazione o provare a congelarla?
Se arriverà un investitore solido, con un piano credibile, tanto meglio. Ma se il destino è solo guadagnare tempo, allora la domanda resta sospesa come una nuvola nera sopra i centri commerciali semivuoti: stiamo salvando aziende o stiamo solo rimandando il conto per i lavoratori?

Perché il conto, prima o poi, arriva. E non lo manda l’e-commerce. Lo manda lo Stato. E lo paghiamo noi, lavoratori e contribuenti.

Autore scienzenews
Categoria Economia
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