Il Libano sull’orlo del collasso. Dopo povertà e blackout, arriva la guerra di Israele
Negli ultimi anni il Libano è precipitato in una delle crisi economiche, sociali e umanitarie più profonde della sua storia contemporanea. Un paese che per decenni è stato uno dei centri culturali e finanziari del Medio Oriente si trova oggi travolto da una combinazione di collasso economico, instabilità politica, crisi dei servizi essenziali ai quali va ad aggiungersi la guerra di Israele contro Hezbollah.
La crisi economica esplode nel 2019, quando il sistema finanziario libanese entra in una spirale di svalutazione monetaria e fallimenti bancari. In pochi anni la lira libanese ha perso circa il 95% del suo valore rispetto al dollaro e gran parte dei risparmi dei cittadini è rimasta bloccata nelle banche, che hanno imposto limiti severi ai prelievi. Molti libanesi si sono ritrovati improvvisamente senza accesso al denaro accumulato in una vita di lavoro, mentre i prezzi dei beni di prima necessità aumentavano vertiginosamente. Secondo dati citati da World Bank, la povertà è più che triplicata nell’ultimo decennio e oggi una larga parte della popolazione vive in condizioni di grave precarietà economica. Per molte famiglie il salario mensile non basta più a coprire le spese essenziali e sempre più persone dipendono dall’aiuto dei parenti all’estero o dagli interventi delle organizzazioni umanitarie.
Uno degli aspetti più visibili della crisi è il collasso del sistema elettrico nazionale. Il paese soffriva da tempo di interruzioni di corrente, ma negli ultimi anni la situazione è precipitata. La mancanza di valuta estera per importare carburante ha portato allo spegnimento di diverse centrali elettriche e in molte città la corrente arriva solo per poche ore al giorno. Quartieri interi restano al buio per gran parte della giornata e la popolazione è costretta a dipendere da generatori privati alimentati a carburante, costosi e spesso inquinanti. Ospedali, scuole e servizi idrici funzionano a intermittenza, mentre le imprese faticano a mantenere la produzione. La crisi energetica è diventata così uno dei simboli più evidenti del collasso dello Stato.
Alle difficoltà economiche si aggiunge il problema sempre più grave della sicurezza alimentare. L’aumento dei prezzi e la svalutazione della moneta hanno reso molti prodotti di base difficili da acquistare. Secondo il World Food Programme oltre un milione e mezzo di persone nel paese ha vissuto negli ultimi anni condizioni di forte insicurezza alimentare. In molte famiglie si riducono le porzioni dei pasti o si rinuncia alla varietà del cibo pur di risparmiare. Pane, carburante e medicinali sono diventati beni sempre più difficili da ottenere con regolarità, e la vita quotidiana è scandita dalla ricerca di prodotti a prezzi accessibili.
A questo quadro già drammatico si sommano le tensioni militari nella regione, che negli ultimi anni hanno riportato il Libano meridionale al centro di uno dei fronti più instabili del Medio Oriente. Il sud del paese, lungo la cosiddetta “linea blu” che separa il Libano da Israele, è da decenni una zona di attrito tra lo Stato israeliano e il movimento sciita libanese Hezbollah. Dopo l’escalation seguita alla guerra nella Striscia di Gaza nell’ottobre 2023, gli scambi di fuoco tra le due parti sono diventati sempre più frequenti, trasformando molte aree del sud in una regione militarizzata e instabile.
Lungo il confine si sono moltiplicati bombardamenti, lanci di razzi, raid aerei e operazioni di artiglieria. In numerosi casi l’aviazione israeliana ha colpito postazioni ritenute legate a Hezbollah, ma anche infrastrutture civili e villaggi nelle province meridionali libanesi. Hezbollah, dal canto suo, ha risposto con attacchi contro basi e installazioni militari israeliane oltre frontiera. Questo confronto a bassa intensità ma costante ha provocato un clima di paura permanente tra le comunità locali.
Le conseguenze per la popolazione civile sono pesanti. Diversi villaggi agricoli del sud, tradizionalmente abitati da famiglie che vivono di agricoltura e piccoli commerci, hanno subito danni alle abitazioni, alle scuole e alle infrastrutture stradali. Campi coltivati e uliveti sono stati colpiti o abbandonati per motivi di sicurezza, aggravando ulteriormente la già fragile economia locale. Migliaia di persone hanno dovuto lasciare le proprie case per rifugiarsi in città più sicure come Sidon o Beirut, oppure trovare ospitalità presso parenti e amici in altre regioni del paese.
Secondo diverse agenzie delle Nazioni Unite e numerosi reportage pubblicati da Al Jazeera, l’escalation lungo il confine ha provocato sfollamenti interni significativi e un aumento delle necessità umanitarie nelle comunità più esposte. Le famiglie costrette a lasciare i villaggi del sud si trovano spesso a vivere in condizioni precarie, con accesso limitato a servizi sanitari, istruzione e assistenza sociale. Per un paese già colpito da una grave crisi economica, gestire nuovi flussi di sfollati rappresenta una sfida ulteriore per le istituzioni e per le organizzazioni umanitarie.
La crisi ha avuto anche un forte impatto demografico e sociale. Sempre più giovani scelgono di lasciare il Libano in cerca di opportunità all’estero, alimentando una nuova ondata di emigrazione che priva il paese di competenze e professionalità fondamentali per la ricostruzione. Medici, ingegneri, studenti e lavoratori qualificati si trasferiscono in Europa, nei paesi del Golfo o in Nord America, mentre chi resta deve fare i conti con stipendi svalutati e prospettive economiche limitate.
Alla base di molte di queste difficoltà c’è anche la paralisi del sistema politico libanese, costruito su un delicato equilibrio confessionale tra comunità religiose diverse. Questo assetto, pensato per garantire rappresentanza a tutte le componenti della società, ha spesso prodotto lunghi stalli istituzionali e difficoltà nel varare riforme economiche urgenti. Molti osservatori internazionali ritengono che la mancanza di riforme strutturali e la diffusa corruzione abbiano contribuito ad aggravare il collasso finanziario e a indebolire la fiducia degli investitori e dei donatori internazionali.
Intanto, secondo reportage citati da Al Jazeera, l’esercito israeliano ha effettuato almeno 26 “ondate” o cicli di attacchi aerei solo contro il quartiere meridionale di Beirut noto come Dahiyeh, roccaforte di Hezbollah. Queste ondate comprendono raid con missili lanciati da aerei, droni armati e bombardamenti di precisione, spesso mirati a infrastrutture del movimento sciita, come depositi di armi, centri di comando e magazzini di droni.
Sul piano complessivo, gli attacchi israeliani sul territorio libanese hanno provocato centinaia di vittime e distruzioni diffuse. Secondo dati riportati da diverse agenzie internazionali, i bombardamenti israeliani in Libano hanno causato oltre 290 morti dall’inizio dell’escalation collegata alla guerra con l’Iran.
L’intensità dei raid è tale da aver provocato anche una vasta crisi umanitaria. Secondo UNHCR, l'escalation del conflitto e l'intensificarsi degli attacchi aerei israeliani sul Libano stanno avendo un impatto sempre più devastante sulla popolazione civile del Paese, spingendo sempre più persone a fuggire in Siria. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, su 207 centri di assistenza sanitaria di base nelle aree di conflitto, 100 sono ora chiusi a causa dell'escalation della violenza.
Le Nazioni Unite stimano che circa 700.000 persone siano state costrette a lasciare le proprie case nelle regioni meridionali e nei sobborghi di Beirut a causa dei bombardamenti e degli scontri tra Israele e Hezbollah.
Nonostante tutto, la società libanese continua a mostrare una notevole capacità di resistenza. Le reti familiari, le organizzazioni locali e la vasta diaspora libanese nel mondo rappresentano un sostegno fondamentale per milioni di persone. Le rimesse inviate dall’estero aiutano molte famiglie a pagare affitti, cure mediche e generi alimentari, mentre associazioni e volontari distribuiscono aiuti nelle comunità più colpite. Questa resilienza sociale consente al paese di continuare a funzionare anche in assenza di uno Stato pienamente operativo.
Il futuro del Libano rimane tuttavia incerto. Senza riforme economiche profonde, un rafforzamento delle istituzioni e un sostegno internazionale significativo, il paese rischia di restare intrappolato in una crisi prolungata. Nel frattempo, per milioni di libanesi la quotidianità resta segnata da blackout, inflazione, instabilità e guerra, una condizione che molti descrivono semplicemente come una lotta continua per mantenere una normalità sempre più fragile.