C'è qualcosa di profondamente marcio negli Stati Uniti dell'era Trump. Non è più solo una questione di immigrazione, né di sicurezza. È una deriva autoritaria che si manifesta ormai apertamente, armata, mascherata, e pronta a sparare. Due sparatorie in due giorni da parte di agenti federali non sono "incidenti": sono il sintomo di un sistema che ha deciso di governare con la forza e di zittire ogni forma di dissenso con le armi.
In Minnesota una madre di 37 anni, cittadina statunitense, viene uccisa da un agente dell'ICE. In Oregon due persone finiscono ferite da colpi di arma da fuoco sparati da un agente della Border Patrol. In entrambi i casi, lo schema è identico: agenti federali che agiscono come un corpo separato dallo Stato, versioni ufficiali contraddittorie, autorità locali tenute all'oscuro, prove negate, e una narrazione costruita a tavolino per giustificare l'uso della forza letale.
Il messaggio è chiaro: Washington non risponde a nessuno.
Trump ha trasformato l'immigrazione in un pretesto per militarizzare le città governate dai democratici. Non per caso Minneapolis e Portland. Non per caso agenti armati e mascherati, gas lacrimogeni, proiettili al peperoncino, Guardia Nazionale in allerta. Questa non è applicazione della legge: è occupazione politica.
La retorica "giustificazionista" è sempre la stessa, rozza e tossica: "auto usate come armi", "agenti sotto attacco", "criminali", "gang". Anche quando i video mostrano altro. Anche quando una donna sta chiaramente cercando di allontanarsi e non di investire alcuno. Anche quando l'agente resta in piedi, cammina via, e spara mentre l'auto lo ha già superato. La realtà non conta più: conta solo la versione utile al potere.
E se uno Stato federale chiede di indagare? Gli viene risposto che "non ha giurisdizione". Se chiede accesso alle prove? Gli viene sbattuta la porta in faccia. Se protesta? Viene accusato di ostacolare la sicurezza nazionale. Così muore il federalismo americano: non con una riforma, ma con un ordine impartito da un ufficio federale.
Ancora più inquietante è il coro politico che accompagna tutto questo. Il vicepresidente Vance che parla di "debito di gratitudine" verso l'agente che ha ucciso una madre. Il presidente Trump che scrive sui social una versione dei fatti smentita dai video. Nessuna esitazione, nessun dubbio, nessuna umanità. Solo propaganda e assoluzione preventiva.
Intanto, chi prova a esercitare un diritto costituzionale – osservare, documentare, filmare l'operato della polizia – viene trattato come un nemico interno, un terrorista. Le "neighborhood patrol" diventano "stalking". I cittadini diventano sospetti. La Costituzione, quella tanto sbandierata, viene sospesa quando disturba.
Trump aveva promesso deportazioni di massa. Ora sta consegnando qualcosa di peggio: uno Stato che spara prima e spiega dopo, che esclude le autorità locali, che usa l'immigrazione come clava politica e la paura come strumento di governo. Un'America distopica dove la legge non è uguale per tutti, ma cambia a seconda di chi impugna l'arma e di chi controlla la narrazione.
Quello che sta accadendo non è "ordine". È violenza istituzionalizzata. E chi continua a chiamarla sicurezza, è parte del problema.
Ovviamente, non va dimenticato, l'America di Trump non è più da considerarsi una democrazia.


