Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, ha aperto la manifestazione come meglio non avrebbe potuto, manifestandosi per ciò che è: un uomo di cultura vera, non costretto da legami politici e per nulla intimidito dalle ingombranti intromissioni dell'Unione Europea.

Buttafuoco ha usato parole chiare e illuminate, come solo un uomo di grande dirittura morale e culturale avrebbe potuto, riportando al centro il ruolo originario dell’istituzione: un luogo di incontro e non di giudizio. Davanti alla stampa riunita e storicamente supina di fronte al 'mainstream' politico, il presidente ha ribadito che l’arte non può essere piegata alle logiche del presente né trasformata in un’arena ideologica.

Il passaggio più netto è stato il rifiuto di ogni forma di censura preventiva. “La Biennale non è un tribunale”, ha dichiarato, richiamando la necessità di difendere uno spazio aperto, capace di accogliere complessità e differenze. Da qui l’appello: “No all’esclusione preventiva, non barattiamo 130 anni di storia”. Un riferimento evidente alle polemiche sui padiglioni di Russia e Israele, contestati da parte del mondo politico e pseudo culturale più becero.

Buttafuoco ha insistito sul valore della missione originaria della Biennale: essere un ponte tra culture. Ha ricordato che l’arte deve restare un territorio libero, non un campo di battaglia. “La Biennale non può essere ridotta a un campo di battaglia”, ha ammonito, chiedendo di proteggere autonomia e dignità degli artisti.

Il suo discorso ha mostrato la cifra dell’intellettuale: un uomo di cultura proveniente dalla Destra, ma lontano da chiusure identitarie. La sua visione rivendica una cultura plurale, dove tradizione e ricerca convivono e il confronto non diventa scontro.
In un momento in cui la cultura rischia di essere usata come arma politica, le sue parole riportano l’attenzione sull’essenziale: la Biennale come spazio di libertà, ascolto e dialogo. Un messaggio che parla a tutti, oltre le appartenenze.