Rapporto Svimez 2025. Sud: più lavoro, più crescita... ma i giovani continuano ad andarsene
Il Mezzogiorno, negli ultimi anni, ha fatto registrare segnali economici che fino a poco tempo fa sarebbero sembrati improbabili: crescita del Pil più alta del Centro-Nord e una spinta occupazionale “inedita” nel panorama italiano. Ma il Rapporto Svimez 2025 mette subito in chiaro la contraddizione che attraversa questa fase: mentre i numeri migliorano, la vita reale — soprattutto quella dei giovani — continua a dire “partite”, non “restate”.
Il boom dell’occupazione non ferma la fuga
Tra il 2021 e il 2024 gli occupati nel Mezzogiorno sono aumentati dell’8%, con un ritmo superiore di 2,6 punti rispetto al resto del Paese. In termini assoluti, su circa 1,4 milioni di nuovi occupati in Italia, quasi 500mila sono al Sud: oltre un terzo dell’incremento nazionale.
Eppure, nello stesso periodo, l’esodo giovanile non solo non si è arrestato: si è consolidato. Nel triennio 2022-2024, 175mila giovani meridionali hanno lasciato l’area per il Centro-Nord o per l’estero, più che nel 2017-2019. È il “paradosso occupazionale” fotografato dalla Svimez: cresce il lavoro, ma non cresce la prospettiva.
Emigrazione selettiva: se ne vanno soprattutto i laureati
La mobilità, inoltre, è sempre più “selettiva”: tra i 25-34enni che emigrano dal Sud, la quota di laureati arriva al 50% tra gli uomini e al 70% tra le donne; i trasferimenti annuali di laureati meridionali si attestano stabilmente attorno alle 40mila unità.
Qui il danno non è solo demografico: è anche economico. La Svimez stima una perdita “secca” legata al costo di formazione del capitale umano che il Mezzogiorno sostiene e poi “regala” altrove: circa 6,7 miliardi di euro l’anno per chi si sposta verso il Centro-Nord, più altri 1,2 miliardi l’anno per chi emigra all’estero.
Più occupati giovani, ma spesso nei settori a basso valore
C’è un altro dato che descrive bene la qualità ambivalente della ripresa: cresce l’occupazione under 35, anche al Sud (+100mila nel 2021-2024). E tra i nuovi occupati giovani meridionali, 6 su 10 sono laureati (al Centro-Nord meno di 5 su 10).
Ma il primo sbocco occupazionale resta il turismo, che concentra oltre un terzo della nuova occupazione giovanile e richiede — in media — professionalità meno qualificate e spesso meno pagate. Finché l’ingresso nel lavoro passerà soprattutto dai settori a basso valore aggiunto, trattenere competenze sarà difficile: si può aumentare l’occupazione, senza aumentare l’“attrattività” di una vita stabile.
Salari giù e lavoro povero: “restare” costa caro
Il Rapporto insiste su un punto che pesa più di qualsiasi percentuale: i salari reali. Nel secondo trimestre 2025, le retribuzioni italiane non hanno ancora recuperato i livelli di inizio 2021; al Sud la perdita di potere d’acquisto è più forte: -10,2% contro -8,2% nel Centro-Nord.
E infatti cresce il lavoro povero. L’indicatore di in-work poverty (lavori per più di sei mesi l’anno ma reddito familiare sotto il 60% del mediano) nel 2024 è al 19,4% nel Mezzogiorno, contro il 6,9% nel Centro-Nord. Tradotto: al Sud un lavoratore su cinque è povero, e questa “normalità” spiega perché per molti giovani la mobilità non sia libertà, ma necessità.
Crescita più alta del Nord (finché regge la spinta pubblica)
Sul fronte macroeconomico, i numeri raccontano un Sud che — trainato da fattori specifici — ha corso più del resto d’Italia: tra il 2021 e il 2024 il Pil è cresciuto dell’8,5% nel Mezzogiorno contro il +5,8% del Centro-Nord. Determinanti: edilizia (prima Superbonus, poi cantieri PNRR), turismo e servizi.
Le previsioni Svimez 2025-2027, però, contengono l’avvertimento: il differenziale favorevole al Sud continua nel 2025-2026 grazie al PNRR, ma nel 2027 si prevede un rallentamento meridionale e un sorpasso del Centro-Nord con l’attenuarsi dell’effetto Piano e la ripresa degli scambi internazionali più rilevante per le economie settentrionali. In altre parole: senza una strategia strutturale, la convergenza rischia di essere temporanea.
PNRR: cantieri avviati, ma il nodo è il “dopo”
Il PNRR ha finanziato circa 68 miliardi di opere pubbliche territorializzabili, di cui circa 27 miliardi (il 40%) per interventi infrastrutturali nel Mezzogiorno. Dal monitoraggio Svimez (dati Regis aggiornati a ottobre 2025), al Sud la fase esecutiva risulta avviata per interventi pari al 75% delle risorse assegnate (70% al Centro-Nord).
Eppure emerge un doppio problema: una quota minore di progetti arrivati alla fase finale (16% contro 25%) e un’avanzata più lenta dovuta anche alla scarsità di “progetti in essere” pronti a partire nel Mezzogiorno. È qui che si capisce cosa significa davvero “capacità amministrativa”: non solo aprire cantieri, ma costruire una pipeline stabile di opere, gestione e manutenzione.
“Freedom to move, right to stay”: lo slogan che inchioda la politica
La chiave proposta dalla Svimez è tanto semplice quanto politicamente scomoda: la libertà di muoversi va affiancata al “diritto a restare”. Perché se l’unica libertà reale è andarsene, allora la cittadinanza — e non solo il mercato — diventa a geometria variabile. Rendere effettivo il “right to stay” significa investire in infrastrutture economiche e sociali, formazione, qualità del lavoro, amministrazioni che funzionano.
È la differenza tra una ripresa “contabile” e una prospettiva di vita. Il Mezzogiorno, oggi, sembra avere entrambe sotto gli occhi: l’occasione e il rischio. L’occasione è trasformare la spinta straordinaria (PNRR, investimenti pubblici, nuovi servizi) in sviluppo ordinario. Il rischio è tornare al punto di partenza appena finisce l’eccezione.