La crisi non riguarda solo benzina e bollette. Il blocco dello Stretto di Hormuz rischia di colpire un settore molto più sensibile: quello dei farmaci. Paracetamolo, antibiotici, antidiabetici e perfino terapie oncologiche dipendono, in modo diretto o indiretto, da materie prime petrolchimiche che transitano proprio da quel corridoio marittimo oggi trasformato in zona di guerra.

Da quando Stati Uniti e Israele hanno avviato l’Operazione Epic Fury contro l’Iran, tre settimane fa, il traffico commerciale nello stretto si è quasi azzerato. Il passaggio è cruciale: da lì transita circa il 20% del petrolio mondiale e una quota significativa di gas naturale liquefatto. L’effetto immediato è stato l’aumento dei prezzi dell’energia. Ma il problema più profondo è un altro: senza quelle materie prime, si ferma la produzione stessa dei farmaci.

Dietro una semplice compressa si nasconde una filiera globale complessa. Il paracetamolo nasce da processi chimici che partono dal petrolio. La metformina, farmaco essenziale per il diabete, dipende da derivati del gas naturale. Antibiotici come amoxicillina e ciprofloxacina richiedono solventi petrolchimici per essere prodotti.

Anche i farmaci più avanzati non sono immuni: quelli oncologici e biologici necessitano di una catena del freddo energivora e di imballaggi in plastica derivata dalla nafta.

Non è una scelta industriale discutibile: è il funzionamento stesso della chimica farmaceutica moderna. E quasi ogni passaggio riconduce a un punto geografico preciso: il Golfo Persico.

Il cuore della produzione mondiale di farmaci generici si trova in India, in città come Mumbai, Chennai e Hyderabad. Qui si produce fino al 20% dei generici globali, con una quota ancora più alta per il mercato statunitense.

Ma questa industria dipende da una catena fragile: importa gran parte dei principi attivi dalla Cina, che a sua volta utilizza precursori petrolchimici legati allo stretto di Hormuz. Il risultato è un effetto domino.

A complicare il quadro c’è anche una scelta interna del governo indiano, che ha dato priorità al gas per uso domestico rispetto a quello industriale. Le conseguenze sono già visibili: i costi dei principi attivi sono aumentati del 30% in poche settimane.

Le scorte esistono, ma non sono infinite. In media coprono due o tre mesi. Il problema è che sono state pensate per interruzioni normali, non per una crisi prolungata in uno snodo strategico globale.

Se il conflitto continuerà, il sistema inizierà a mostrare crepe. Prima nei costi, poi nella disponibilità. Una singola pillola può dipendere da più elementi critici: materie prime, solventi, energia, imballaggi. Basta che uno solo venga a mancare per bloccare tutto.

Le carenze di farmaci non sono una novità: già prima della guerra si contavano centinaia di medicinali difficili da reperire in diversi Paesi. Ora il rischio è un salto di scala.

Secondo Egualia, per il momento la filiera regge grazie a rotte alternative e deviazioni logistiche. Ma è una soluzione temporanea. Se la guerra si prolunga, le scorte – soprattutto quelle ospedaliere – potrebbero iniziare a esaurirsi.

I costi stanno già salendo rapidamente: trasporti più cari, assicurazioni alle stelle, energia in aumento. Tutti fattori che si riflettono direttamente sulla produzione farmaceutica.

Anche Andrea Mandelli, presidente della Federazione degli ordini dei farmacisti italiani, sottolinea un punto chiave: l’Europa produce farmaci finiti, ma dipende dall’estero per i principi attivi. Una vulnerabilità già emersa con la pandemia e la guerra in Ucraina, oggi amplificata.

Il vero fattore decisivo è il tempo. Ogni settimana in più aumenta il rischio che la crisi da temporanea diventi strutturale. E le prospettive di una soluzione rapida sono scarse.

Un’ulteriore escalation, soprattutto un intervento diretto sullo stretto, potrebbe causare danni permanenti alle infrastrutture. A quel punto non si parlerebbe più di emergenza, ma di una nuova normalità: energia costosa e disponibilità limitata di farmaci.

Finora i segnali della guerra sono arrivati soprattutto al distributore. Ma il rischio concreto è che presto si manifestino in modo molto più diretto: negli ospedali, nelle farmacie, nelle case.

Quando una persona apre un blister di metformina o assume un antibiotico, raramente pensa al percorso globale che ha reso possibile quella cura. Oggi quel percorso è sotto pressione.

E se si interrompe, il problema non sarà più quanto costa un farmaco. Ma se sarà ancora disponibile.