La Commissione europea non avrebbe dovuto "scongelare" miliardi di euro destinati all'Ungheria: a dirlo è Tamara Ćapeta, avvocata generale della Corte di giustizia dell'Unione europea, che in un parere depositato giovedì invita i giudici ad annullare la decisione con cui Bruxelles ha riaperto i rubinetti dei finanziamenti a Budapest.

Il punto centrale è semplice e, insieme, esplosivo: secondo Ćapeta, l'Ungheria non avrebbe realmente messo in pratica le riforme del sistema giudiziario che l'Unione aveva indicato come condizione per sbloccare i fondi. La Commissione, quindi, avrebbe autorizzato i pagamenti senza una valutazione adeguata e senza la necessaria trasparenza.

La vicenda parte dal 2022, quando la Commissione aveva sospeso parte dei finanziamenti europei all'Ungheria del premier Viktor Orbán — definita da molti osservatori un governo "illiberale" e populista — motivando lo stop con "gravi preoccupazioni" su corruzione, indipendenza della magistratura e arretramento democratico.

Un anno dopo Bruxelles ha cambiato rotta: ha concluso che Budapest avesse introdotto modifiche sufficienti, revocando la sospensione e rendendo il Paese nuovamente eleggibile a ricevere circa 10 miliardi di euro da vari fondi Ue.

Ma quella scelta non è mai stata digerita dal Parlamento europeo, che nel 2024 ha presentato ricorso contro la Commissione, accusandola di "errori manifesti" nella valutazione. Alcuni eurodeputati hanno parlato apertamente di una mossa politica: lo sblocco sarebbe arrivato alla vigilia di un vertice cruciale, quando l'Ue aveva bisogno del via libera di Orbán su dossier delicatissimi, tra cui gli aiuti all'Ucraina.

Il parere dell'avvocata generale, pur non essendo vincolante, pesa e molto: nella maggior parte dei casi orienta la decisione finale dei giudici, attesa nei prossimi mesi.

Ćapeta sostiene che la Commissione abbia "applicato in modo errato i requisiti" quando ha consentito l'erogazione dei fondi "senza spiegazioni" e senza dimostrare che le riforme fossero non solo approvate, ma operative e applicate in modo effettivo. La regola, scrive in sostanza, è netta: l'esecutivo Ue non può trasferire denaro a uno Stato membro finché le riforme richieste non sono in vigore e realmente attuate.

La posta in gioco è enorme anche sul piano pratico. Esperti di diritto europeo citati nel dibattito sostengono che, se la Corte darà ragione al Parlamento, la Commissione potrebbe essere costretta a "recuperare" le somme già versate riducendo i finanziamenti futuri destinati a Budapest.

In ogni caso, la sentenza fisserebbe un precedente pesante: definirebbe con maggior precisione quanto margine politico e discrezionale abbia la Commissione quando decide di premiare o sanzionare un Paese sulla base del rispetto dello Stato di diritto.

Nel frattempo, nuovi miliardi restano ancora congelati. Orbán, spesso descritto come il "guastatore" più influente dell'Unione, da anni accusa Bruxelles di ingerirsi negli affari interni dell'Ungheria e di usare i trasferimenti economici come strumento di pressione.

Lo scontro con l'Ue si intreccia anche con la politica nazionale. Orbán si prepara ad affrontare quella che viene descritta come la sfida più seria dei suoi 16 anni al potere: ad aprile dovrà misurarsi con il rivale di centrodestra Péter Magyar e con il suo partito Tisza, che promette di ripristinare lo Stato di diritto e ricucire i rapporti con Bruxelles. Secondo i sondaggi, Magyar è avanti.

Se i giudici seguiranno l'avvocata generale, per la Commissione europea potrebbe aprirsi un doppio problema: politico, perché verrebbe messa in discussione una scelta già contestata; e finanziario, perché la partita dei fondi ungheresi tornerebbe improvvisamente in bilico. In un'Europa che lega sempre di più i soldi alle regole, la sentenza rischia di diventare un passaggio spartiacque.