Ieri è andata in scena l’ennesima vergogna targata servizio pubblico. Un altro capitolo di quella che ormai è sotto gli occhi di tutti: Tele Meloni. Questa volta il bersaglio è stato Ghali. Censurato due volte. Senza giri di parole. Senza alibi credibili.

Prima ancora della serata inaugurale delle Olimpiadi, qualcuno ha deciso cosa potesse dire e cosa no. Un filtro preventivo. Una selezione politica dei contenuti. Tradotto: controllo. Poi, durante la diretta, l’operazione è diventata ancora più evidente. Tre minuti di performance senza un primo piano. Neppure una citazione del nome da parte del direttore di RaiSport, Paolo Petrecca, uomo di fiducia e servilissimo attuatore del melonismo mediatico. Ghali è stato oscurato, reso invisibile.

Perché? Paura. Paura del messaggio. Paura delle parole di Gianni Rodari contro la guerra, recitate davanti al mondo. Paura di un artista che non si allinea. Paura di un artista che non è servo... come, evidentemente, lo erano gli altri che si sono esibiti.

Il paradosso è disgustoso. Questi poveri fascisti si riempiono la bocca di parole come “libertà”, “pluralismo”, “democrazia”. Ma la loro idea di libertà è una sola: ascoltare solo ciò che conviene a chi comanda. Tutto il resto va controllato, ridimensionato, oscurato.

Il servizio pubblico non è più un servizio. È uno strumento. Un megafono politico. Una macchina di selezione ideologica. E chi non rientra nello schema viene tagliato fuori, anche quando è sotto gli occhi del mondo.

Non è un errore. Non è una svista. È un metodo. È un sistema. È una scelta politica precisa... uno schifo, targato Meloni.

E Ghali come ha risposto a questo ennesimo scandalo fascista? Con eleganza:

Pace? Armonia? Umanità?Non ho sentito niente di tutto questo ieri sera, ma l’ho sentito attraverso i vostri messaggi.Le persone sono ciò che conta davvero e, in un momento di così tanto odio, vi prego di non giocare il loro gioco e di rispondere sempre come vorremmo che il mondo fosse.“Ci sono cose da non fare mai”.