8° Rapporto Gimbe: note per gli addetti ai lavori
L’8° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale della Fondazione Gimbe racconta che “la lenta agonia del Servizio Sanitario Nazionale spiana la strada al privato”, ma questo non significa che lo Stato stia sottofinanziando la Salute o che i cittadini stiano subendo chissà quali incrementi. Affatto.
La spesa dello Stato per la Salute è aumentata e non di poco: nel 2019 la spesa sanitaria pubblica era di 115 miliardi di euro, nel 2023 era salita a 130 miliardi di euro (+12%).
Nel mentre, la Spesa privata a carico delle famiglie nel 2019 era di 38,8 miliardi di euro e nel 2024 arrivava a € 41,3 miliardi (+6%). (fonte dati ISTAT Sistema dei conti della sanità ISTAT-SHA). Numeri inequivocabili.
Non a caso, a proposito di 'agonia', la Fondazione Gimbe aggiunge: “Italia al secondo posto in Europa per numero di medici, ma in coda per infermieri. PNRR salute, conto alla rovescia: gravi ritardi, solo il 4,4% delle case della comunità è davvero attivo.”
Insomma, il numero dei medici in Italia è più che sufficiente, ma evidentemente mal distribuito e sottoutilizzato, se le liste d'attesa diventano bibliche e in alcune regioni manca del tutto il servizio.
Il numero degli infermieri in Italia è decisamente insufficiente e questo spiega in parte la su detta dispersione delle prestazioni mediche.
Il PNRR salute va a rilento, guarda caso a partire dalla rilevazione Agenas degli organigrammi e delle prestazioni a cui rispose forse la metà delle strutture.
Quanto alle case della comunità realizzate in minima parte, il problema ritorna identico, considerando quante e quali resistenze possano generarsi tra il personale che verrà trasferito e le unità che saranno ristrutturate, per non parlare della Cartella clinica elettronica e dei Dispositivi medici che diventerebbero centrali nella gestione dei pazienti.
In termini politici, la responsabilità è dei singoli governi regionali, dai vertici decisionali fino alle commissioni di lavoro a cui partecipano associazioni dei malati. Ma non del governo centrale. Non almeno in questo caso.
Quanto alla “responsabilità tecnica”, c'è da rivolgersi alle direzioni sanitarie come agli ordini e ai sindacati di settore.
Nello specifico del Governo, i riferimenti sono indiretti, visti gli ampi poteri regionali, e fanno capo ai ministeri della Sanità, delle Autonomie, delle Disabilità, del PNRR ed ovviamente delle Riforme. Non Meloni o Giorgetti, che intervengono solo in sede di Consiglio dei ministri.
Quello di accollare la responsabilità del servizio sanitario al governo nazionale anziché regionale, che viceversa è competente per dettame costituzionale, è un pregiudizio che purtroppo gli stessi media alimentano come ne alimentano un altro altrettanto importante.
Infatti, in tutto il mondo quando si tratta di fare i conti della sanità, anche il sistema assicurativo mutualistico è considerato “pubblico”, in Italia no e questo genera una catena di fraintendimenti.
Ad esempio, non porsi la domanda propedeutica a tutto: gli italiani spendono abbastanza per la propria salute, tra spesa pubblica e privata? Il volume della spesa complessiva italiana è adeguato ad una nazione europea tra le più avanzate, visto che fa parte non solo dell'UE, ma anche del G7 e dell'OCSE?
Ebbene, a livello UE, la spesa sanitaria totale italiana (8,9% PIL) si attesta al centro di una statistica che vede gli stati post-comunisti che mantengono un sistema pubblico dominante e che che si collocano al di sotto della media come spesa rispetto al PIL, mentre tutti gli stati “occidentali” che hanno mantenuto il sistema ibrido delle così dette mutue si collocano al di sopra della media.
L'Italia investe il proprio prodotto interno lordo in salute solo per due terzi di quanto non facciano Germania e Francia.
Nel 2021 in Germania la spesa totale era tre volte tanto quella italiana, superando i 466 miliardi di euro, cioè il 12.9% del PIL tedesco. Non molto diversamente dalla Francia, che ha anch'essa un sistema "ibrido", che combina elementi di sanità pubblica con un'assicurazione sanitaria obbligatoria, con una spesa complessiva doppia rispetto all'Italia, circa 320 miliardi di euro, ovvero il 12,3% del PIL francese.
Anche il Regno Unito supera abbondantemente l'Italia con il suo 10,9% del PIL speso per la salute, che equivale ad una spesa quasi doppia rispetto all'Italia (circa 315 miliardi di euro), mentre negli USA, il Paese dove la spesa sanitaria complessiva è più alta nel mondo, si arriva al 15,3% del PIL statunitense speso per la salute.
Gli italiani nel loro insieme spendono abbastanza per la propria salute, tra spesa pubblica e privata? Se facciamo un raffronto con la realtà delle altre nazioni, la risposta è “no, non è abbastanza”.
A tal punto sorge spontanea un'altra domanda: siamo dinanzi ad un sottofinanziamento pubblico e di che genere?
Certamente la spesa sanitaria pubblica italiana è sottofinanziata, ma non dallo Stato, il problema è altrove.
Infatti, andando al dettaglio emerge che - a differenza delle altre democrazie avanzate europee - la leva fiscale in Italia è pressoché l'unica fonte pubblica di finanziamento.
In Germania, invece, la leva fiscale rappresenta meno della metà delle fonti di finanziamento pubblico (3% PIL) e in Francia addirittura un decimo (1% PIL).
Questo è possibile, perchè ambedue le nazioni hanno mantenuto un sistema "ibrido", che combina la leva fiscale per la sanità pubblica con un'assicurazione sanitaria obbligatoria, che è anch'essa una fonte di finanziamento pubblico e che in Germania (7% PIL) copre il 60%, mentre in Francia (9% PIL) copre addirittura il 90% della spesa pubblica.
Andando agli Stati Uniti, possiamo constatare qunto estesi siano i fraintendimenti o i pregiudizi.
Infatti, la spesa pubblica derivante dalla leva fiscale (7% PIL) è paragonabile a quella italiana, ma con una enorme differenza: la spesa sanitaria pubblica italiana deve far fronte ai bisogni dell'intera popolazione, negli Stati Uniti – viceversa – è finalizzata solo al 28,8% degli statunitensi, cioè gli anziani (16,8% della popolazione) e gli indigenti (12%) tramite i programmi Medicaid e Medicare.
La restante parte della popolazione statunitense, essendo attiva, spesso ha una copertura assicurativa di comparto o fornita dall'impresa, che nel sistema europeo sarebbe considerata una forma di finanziamento mutualistico, cioè pubblico.
L'Italia aveva anch'essa un sistema “ibrido” fino alla metà degli Anni '70, in cui l'assicurazione sanitaria obbligatoria era gestita per tramite delle associazioni di categoria, come in Francia e Germania, ma poi venne smantellato per creare un sistema pubblico regionalizzato finanziato unicamente con la leva fiscale e diretto dalla politica regionale di turno.
Dunque, in Italia il finanziamento pubblico della spesa sanitaria presenta delle anomalie?
Si, il finanziamento che attinge alla leva fiscale è ben oltre la media di qualsiasi altra nazione, ma comunque non riesce a sopperire all'assenza della contribuzione derivante dall'assicurazione obbligatoria (mutua).
Inoltre, il nostro sistema sanitario soffre di anomalie inaccettabili nel III Millennio, a partire dall'affidamento di 130 miliardi di euro pubblici ad una intricata rete decisionale, composta da politici spesso profani, dirigenti medici in carriera, amministratori che ruotano sulle poltrone e associazioni con interessi di parte.
Non a caso, con il Covid abbiamo scoperto che la nostra rete ospedaliera era diventata un sistema ambulatoriale, che avevamo assunto gli specialisti ma non gli infermieri come avevamo concentrato in hub ma non in servizi territoriali. Addirittura, scoprimmo di aver affidato la medicina di base a privati, spesso indisponibili persino a fare un tampone o un vaccino o una visita a domicilio.
"Da anni i Governi, di ogni colore politico, promettono di difendere il Servizio Sanitario Nazionale, ma nessuno ha mai avuto la visione e la determinazione necessarie per rilanciarlo con adeguate risorse e riforme strutturali. " (Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE)
Questa è la sostanza del Report Gimbe: servirebbe qualche riforma (ed ovviamente i quattrini che servono per metterla a regime). Un po' come spendere per montare lampadine a led, prefigurando un risparmio e una maggiore efficienza rispetto a quelle tradizionali.
Innanzitutto, qualificare e responsabilizzare la rete dei decisori, dato che anche dove le liste d'attesa sono divenute lunghe semestri s'è dovuto attendere legislature su legislature prima del cambio di governance alla Regione.
Magari, ridestinare alle Mutue parte delle tasse versate dai lavoratori dipendenti, come era una volta e come è dovunque in Europa. Altrimenti, i conti non ritorneranno mai.
E non sarebbe chiedere troppo una formazione in servizio per i medici, dato che molti si sono laureati prima dell'avvento della medicina genica e personalizzata, come prima dei dispositivi medici e della digitalizzazione delle procedure.
P.S. Ma della Fondazione Gimbe c'è da fidarsi?
Certamente, attinge dai dati ufficiali.
L'unico limite è che, se la componente sanitaria è ben rappresentata tra i collaboratori scientifici, mancano le altre funzioni professionali, che sono, però, altrettanto essenziali per studiare e valutare i dati relativi ad un sistema di servizi complesso come quello sanitario.
Nel dettaglio, il Comitato scientifico di Gimbe è composto da 9 medici e uno a testa tra fisioterapista, odontoiatra e farmacista più un tecnico della riabilitazione psichiatrica.
Estendendoci ai collaboratori scientifici di Gimbe troviamo 8 medici, 3 infermieri e uno a testa tra fisioterapista, odontoiatra e farmacista più un ingegnere gestionale.
Nessun economista, nessun manager, nessun amministrativo, nessun analista dati, nessun biologo, nessun tecnico di laboratorio e ... nessun paziente.