Esteri

Starmer e il corto circuito democratico: quando un cartello diventa “terrorismo”

C’è un’immagine che riassume meglio di mille editoriali la deriva securitaria del governo britannico di Keir Starmer: Greta Thunberg, 22 anni, portata via dalla polizia nel cuore di Londra perché teneva in mano un cartello. Non un’arma, non un ordigno, non un messaggio di incitamento alla violenza. Un cartello.

E su quel cartello c’era scritto: “I support the Palestine Action prisoners. I oppose genocide”. Fine. Eppure basta e avanza per far scattare la tagliola del Terrorism Act, la stessa architettura legislativa pensata per fermare chi pianifica stragi, non chi esprime solidarietà politica. 

Non è un episodio isolato: è un sintomo. È il segnale che, sotto la patina del linguaggio “responsabile” e “moderato”, Starmer sta normalizzando un’idea pericolosa: la dissidenza come minaccia alla sicurezza nazionale. E quando la protesta viene riscritta come terrorismo, non è più lo Stato a proteggere i cittadini: sono i cittadini a dover chiedere permesso allo Stato per indignarsi.

Il “reato” di solidarietà: la proscrizione come arma politica
Il punto chiave è uno: Palestine Action è stata messa al bando come organizzazione terroristica dal governo britannico nel 2025. Non per un attentato contro persone, ma nel contesto di azioni dirette, sabotaggi e danneggiamenti contro infrastrutture e aziende legate all’industria militare che orbita direttemente o indirettamente a contatto con quella israeliana, in particolare Elbit Systems.

Ora, si può discutere — e si deve discutere — della legittimità e dei limiti della disobbedienza civile. Ma la scorciatoia del governo Starmer è un’altra: saltare il dibattito politico e morale e piazzare direttamente l’etichetta più infamante, più comoda, più “totale”: terrorismo. La parola che chiude ogni conversazione. La parola che rende sospetto chiunque si avvicini. La parola che trasforma un tribunale in un megafono di propaganda.

La protesta: otto detenuti e uno sciopero della fame che brucia la coscienza
La manifestazione londinese in cui Thunberg è stata arrestata era legata al portare solidarietà ad otto detenuti collegati a Palestine Action in custodia cautelare e in sciopero della fame da oltre 50 giorni. Il presidio si è svolto davanti agli uffici della Aspen Insurance; durante le proteste, altri attivisti sono stati arrestati anche per aver colpito l’edificio con vernice rossa.

Qui la domanda non è “ti piace Thunberg?” o “sei d’accordo con Palestine Action?” La domanda è più semplice e più inquietante: in quale democrazia un cartello diventa materia da antiterrorismo? E soprattutto: che cosa sta facendo il governo laburista per disinnescare una crisi umanitaria e giudiziaria che spinge persone a lasciarsi morire in cella? Le cronache riportano anche l’allarme di medici e sostenitori sulle condizioni critiche di alcuni scioperanti.

Starmer ama presentarsi come avvocato della “serietà istituzionale”. Ma la serietà, quando è solo un’altra parola per dire “mano dura”, finisce per assomigliare a un vizio di potere: quello di ridurre la politica a ordine pubblico.

Il paradosso laburista: “progressisti” con il manganello semantico
C’è un’ironia amara nel vedere un governo Labour — il partito che dovrebbe avere nel DNA il conflitto sociale e la difesa dei diritti — usare lo strumento più estremo per stringere il cappio attorno alla protesta. È come se la nuova sinistra di governo avesse deciso che, per essere credibile, deve assomigliare alla destra: il riflesso pavloviano della criminalizzazione.

Il risultato è un paradosso: mentre a parole si rivendicano “valori” e “diritti”, nei fatti si costruisce un precedente devastante. Oggi è un cartello pro-Palestina. Domani cos’è? Un volantino sindacale “troppo radicale”? Una campagna ambientalista che disturba aziende strategiche? Una marcia contro le deportazioni? Quando apri quella porta, non controlli più chi ci passerà.

Gaza sullo sfondo e la scorciatoia morale: punire chi pronuncia parole proibite
La frase di Thunberg include la parola “genocidio”. Israele respinge da tempo queste accuse, e il dibattito internazionale è acceso e doloroso. Ma il punto non è imporre una verità per decreto: il punto è che uno Stato democratico non dovrebbe reagire alle parole con la categoria penale più pesante disponibile, come se l’obiettivo fosse spegnere la discussione, non governarla. )

E c’è un dettaglio che merita di essere inciso nella memoria: Thunberg era già stata assolta in un caso precedente nel Regno Unito, quando un giudice stabilì che la polizia non aveva il potere di arrestare lei e altri manifestanti in quella circostanza. Nonostante questo, oggi ci risiamo: stesso copione, posta in gioco più alta, etichetta più feroce.

Starmer sembra voler ripercorrere la via blairiana
Qualcuno dirà: “Ma se un’organizzazione è proscritta, la legge è la legge”. Certo. Ma le leggi non cadono dal cielo: le scrivono i governi. E quando un governo sceglie di allargare il perimetro del terrorismo fino a includere la solidarietà politica, non sta “applicando” la legge: sta modellando la realtà a propria immagine.

Qui sta l’accusa politica, netta, polemica, ma necessaria: Starmer non sta difendendo la democrazia; sta allenando la democrazia a obbedire. Sta insegnando al Paese che alcune cause sono tollerate solo finché restano mute, decorative, innocue. Sta costruendo un regime di “libertà condizionata”, dove puoi parlare — a patto di non nominare certi nomi, non sostenere certe persone, non disturbare certe aziende, non attraversare certe linee invisibili tracciate dal potere.

E così, mentre otto detenuti rischiano la vita nello sciopero della fame, mentre la politica estera britannica resta agganciata ai suoi interessi strategici, mentre la guerra e la catastrofe umanitaria continuano a divorare Gaza, il governo trova il tempo e l’energia per l’unica cosa che sa fare bene: punire chi guarda, chi denuncia, chi si schiera.

Se questo è lo “Stato di diritto” di Starmer, allora è uno Stato di diritto che ha smesso di credere nei diritti. E quando una democrazia teme i cartelli più delle ingiustizie che quei cartelli denunciano, non è più una democrazia sicura: è una democrazia spaventata. E, spesso, pronta a diventare altro.

E in Italia, oltre ai fascisti Gasparri e Romeo, anche il renziano Scalfarotto e il dem Delrio (insieme ad altri pseudo socialisti) vogliono seguire le stesse orme.

Autore Ugo Longhi
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