C’è un momento, in certe storie, in cui il sospetto smette di essere una voce di corridoio e diventa fatto. A Lucca è successo così: una guardia medica, un malore prima del turno, poi gli accertamenti. E il risultato che nessuno vuole leggere ma tutti, in fondo, temono. Positività agli stupefacenti. Verifiche in corso, certo. Ma il punto ormai è un altro: non è più un caso isolato da archiviare in fretta.
È il sintomo di qualcosa che esiste da tempo e che ogni tanto riaffiora, quasi sempre con imbarazzo.
Chi lavora in sanità lo sa bene, anche se raramente lo dice ad alta voce. Turni lunghi, notti spezzate, responsabilità pesanti che non si spengono mai davvero. E poi quell’abitudine strisciante a “tenere botta” con qualsiasi mezzo. Non sempre si tratta di abuso conclamato, non sempre di dipendenza evidente. A volte è una scorciatoia che diventa routine: per restare svegli, per reggere lo stress, per non crollare.
Il problema è che il confine è sottile. E quando si supera, non riguarda più solo il singolo professionista.
Diversi studi e segnalazioni negli anni hanno provato a mettere a fuoco il fenomeno. Non è facile: i dati sono frammentati, spesso indiretti. “Dato mancante”, verrebbe da dire, almeno per avere una fotografia chiara e aggiornata. Ma una cosa emerge con una certa costanza: alcune categorie mediche sono più esposte. Anestesisti e chirurghi, per esempio, per una ragione quasi banale e inquietante insieme — l’accesso diretto a farmaci potenti.
Oppioidi, sedativi, stimolanti. Strumenti di lavoro che, fuori dal contesto clinico, diventano altro.
Non è una questione solo italiana. Ma in Italia il tema ha sempre viaggiato a bassa voce, come se parlarne potesse incrinare la fiducia nel sistema sanitario. E invece succede il contrario: il silenzio la erode lentamente.
C’è poi un paradosso difficile da ignorare. Chi dovrebbe riconoscere i segnali di una dipendenza negli altri — insonnia, irritabilità, cali di concentrazione, isolamento — spesso fatica a riconoscerli su di sé. O li minimizza. O li giustifica: “è solo un periodo”, “sto reggendo troppo”, “poi smetto”.
Spoiler: quel “poi” tende a spostarsi sempre un po’ più in là.
Negli ultimi anni si è tornati a parlare di test antidroga obbligatori per medici, infermieri e ostetriche. L’idea divide. Da una parte chi li vede come una misura di sicurezza inevitabile, quasi ovvia: se guidi un autobus o lavori in un cantiere, vieni controllato. Perché non in una sala operatoria? Dall’altra, chi teme un approccio punitivo, più utile a scovare colpevoli che a prevenire il problema.
E qui sta il nodo vero.
Se il sistema si limita a “stanare” i positivi, senza offrire percorsi di cura, supporto psicologico, protezione reale per chi chiede aiuto, il risultato è prevedibile: le persone si nascondono meglio. Non guariscono.
Esperienze come quelle raccontate in centri specializzati — dove finiscono anche medici e chirurghi — mostrano una realtà meno stereotipata di quanto si pensi. Non il professionista “fuori controllo” fin dall’inizio, ma spesso una traiettoria lenta. Prima il sovraccarico, poi l’automedicazione, poi la perdita di equilibrio. E a quel punto tornare indietro è molto più difficile.
Il caso di Lucca, in questo senso, non è un’eccezione clamorosa. È una crepa che rende visibile una pressione costante.
La domanda, allora, non è se esista il problema. Esiste. E da tempo.
La domanda è se si vuole affrontarlo davvero o continuare a trattarlo come un incidente sporadico, ogni volta diverso, ogni volta “imprevedibile”.
Perché qui non si parla solo di tutela dei pazienti — che resta centrale — ma anche di chi quei pazienti li cura. Persone che, a furia di reggere tutto, a un certo punto iniziano a cedere. E spesso lo fanno in silenzio.
E il silenzio, in questi casi, è la sostanza più pericolosa di tutte.


