Social e minori, la sentenza che scuote la Silicon Valley: “App progettate per creare dipendenza”
Una giuria di Los Angeles ha emesso un verdetto destinato a lasciare un segno profondo nell’industria tecnologica globale: le piattaforme social non solo creano dipendenza, ma sarebbero progettate deliberatamente per farlo. E, soprattutto, non avrebbero fatto abbastanza per proteggere i minori.
Al centro del caso ci sono Instagram e YouTube, due delle applicazioni più diffuse al mondo, i cui proprietari — Meta e Google — sono stati ritenuti responsabili per negligenza. La giuria ha stabilito un risarcimento di 6 milioni di dollari a favore di una giovane donna, identificata come Kaley, che ha denunciato danni psicologici gravi: dismorfofobia, depressione e pensieri suicidari.
Le aziende respingono le accuse e annunciano ricorso. Meta sostiene che una singola app non può essere la causa esclusiva di una crisi mentale adolescenziale, mentre Google insiste nel definire YouTube una piattaforma video, non un social network. Ma intanto la sentenza segna un precedente.
Per molti osservatori, siamo davanti a una svolta storica. La docente di diritto Mary Franks parla apertamente di “fine dell’era dell’impunità”. Non è solo una vittoria individuale, ma un cambio di paradigma: per la prima volta, il design stesso delle piattaforme — algoritmi, scroll infinito, autoplay — entra nel mirino della responsabilità legale.
Le piattaforme guadagnano trattenendo l’utente il più a lungo possibile, profilando comportamenti e vendendo pubblicità mirata. In questo schema, ogni secondo di attenzione ha un valore economico.
Arturo Bejar, ex dirigente di Instagram, ha raccontato di aver avvertito anni fa Mark Zuckerberg sui rischi per i più giovani. “Non è più un prodotto che usi, è un prodotto che usa te”, ha dichiarato. Meta ha smentito, ma il verdetto sembra dare peso a queste critiche.
Diversi esperti parlano già di un “momento Big Tobacco” per la tecnologia, evocando le cause che negli anni ’90 colpire i limiti alla pubblicità,
restrizioni per i minori, interventi normativi più severi. Negli Stati Uniti, il dibattito si concentra anche sulla famosa Section 230, la norma che protegge le piattaforme dalla responsabilità sui contenuti pubblicati dagli utenti. Senza quella protezione, sostengono molti analisti, il modello attuale dell’industria non reggerebbe.
Ma il punto più delicato resta la tutela dei giovani. Oggi, in diversi Paesi, i minori sono già esclusi da alcune forme di pubblicità mirata. Ma rappresentano comunque il bacino di utenti del futuro: fidelizzarli presto significa garantirsi gli adulti di domani.
E proprio su questo fronte si moltiplicano le pressioni politiche. L’Australia ha già vietato l’accesso ai social ai minori di 16 anni. Il Regno Unito discute misure analoghe. Anche negli Stati Uniti il Congresso torna a interrogarsi sul ruolo delle piattaforme.
Per molte famiglie, la questione è già risolta: vietare l’accesso. Per la politica, molto meno.
La causa vinta da Kaley è solo una delle tante. Negli Stati Uniti sono in arrivo altri procedimenti simili, e il rischio per le big tech è quello di una valanga giudiziaria.
Secondo diversi esperti, la vera novità è il cambio di prospettiva: le piattaforme non sono più viste come semplici contenitori neutri, ma come sistemi progettati, e quindi modificabili — e responsabili.
La domanda, a questo punto, è inevitabile tra qualche anno guarderemo a questa fase come a un’epoca di deregulation incomprensibile, in cui milioni di adolescenti sono stati lasciati soli dentro macchine progettate per catturare la loro attenzione?
La sentenza di Los Angeles non dà ancora una risposta definitiva. Ma segna, con ogni probabilità, l’inizio di una nuova stagione.
Crediti fonte: BBC News