Khaled Meshaal non usa giri di parole. Il leader politico di Hamas all'estero ha respinto seccamente le richieste di disarmo delle fazioni palestinesi a Gaza: togliere le armi a un popolo sotto occupazione, dice, significa consegnarlo “inermi” a chi lo bombarda ogni giorno. Ed è difficile dargli torto guardando i fatti (e non solo quelli odierni, visto cosa ha portato il disarmo delle fazioni palestinesi in Cisgiordania).
Dal palco del forum di Al Jazeera a Doha, Meshaal ha smascherato l'ennesima narrazione ipocrita: quella che pretende la “smilitarizzazione” di Gaza mentre l'occupazione continua, mentre Israele resta armato fino ai denti con il supporto dell'intero arsenale internazionale, e mentre i palestinesi continuano a morire sotto le bombe. Chiedere il disarmo in questo contesto non è diplomazia: è cinismo politico.
Gli Stati Uniti parlano di “demilitarizzazione completa di Hamas”, Trump minaccia conseguenze, Washington promette forze di pace internazionali. Intanto, sul terreno, la realtà è un'altra: Israele viola quasi ogni giorno il cessate il fuoco, non si ritira dalle zone occupate, mantiene il controllo militare di metà Gaza e continua a colpire. Dal cessate il fuoco a oggi: 576 palestinesi sono stati uccisi, oltre 1.500 quelli feriti. È questo che viene definito un cessate il fuoco.
E mentre si parla di pace, Israele rifiuta perfino di arretrare dalla cosiddetta “Linea Gialla”, una linea militare che taglia Gaza in due. Questa non è stabilità. È occupazione mascherata da diplomazia.
Meshaal mette il dito nella piaga: il problema non sono le garanzie di Hamas, ma la strategia israeliana di disarmare i palestinesi per poi alimentare milizie e caos interno. Una destabilizzazione controllata. Un copione già visto.
Hamas propone tregue lunghe – cinque, sette, dieci anni – con garanzie internazionali. Non è una dichiarazione di guerra permanente, è una richiesta di condizioni minime per la ricostruzione e la sopravvivenza. Ma l'Occidente non vuole ascoltare: preferisce la parola “disarmo” perché suona bene nei comunicati stampa, anche se sul campo significa solo più vulnerabilità per chi è già schiacciato.
Il punto vero è uno solo, e Meshaal lo dice chiaramente: non è un conflitto tra due eserciti, è un'occupazione contro un popolo. Resistere, piaccia o no, è una conseguenza diretta dell'occupazione. È storia, è diritto internazionale, è memoria di tutti i popoli che hanno vissuto sotto ildominio straniero.
Il 7 ottobre 2023 ha riaperto brutalmente la questione palestinese agli occhi del mondo. Ma anche ora, con 159 Paesi che riconoscono lo Stato di Palestina, resta tutto sulla carta. La realtà è fatta di macerie, morti, assedi, confini militari e bambini sotto le bombe.
Meshaal chiede ai Paesi arabi e musulmani di smettere la diplomazia difensiva e passare all'offensiva politica: isolare Israele come fu isolato il Sudafrica dell'apartheid. Parole dure, certo. Ma ancora una volta, i fatti sono più duri delle parole: senza pressione internazionale reale, senza sanzioni, senza rotture diplomatiche concrete, nulla cambierà.
Parlare di disarmo mentre Gaza brucia è una farsa. Pretendere la resa armata di un popolo occupato senza fermare l'occupazione è violenza politica travestita da processo di pace. Finché non si affronta la radice del problema – l'occupazione – ogni discorso su sicurezza, tregua e stabilità resta solo propaganda. E la propaganda, a Gaza, non salva vite. Le distrugge.


