Economia

PENSIONI. In Francia si protesta, in Italia si sopporta: la resa degli italiani al lavoro eterno!

In Francia si protesta. Si sciopera, si occupano le piazze, si paralizzano i trasporti. Tutto per due anni. Due soli anni in più di lavoro: da 62 a 64.

In Italia, invece, dove l’età pensionabile è già oggi a 67 anni e dove entro il 2030 raggiungerà i 70, non vola una mosca. Nessuno sciopero, nessuna mobilitazione, nessuna indignazione collettiva. Solo un mormorio stanco, rassegnato, come se la vecchiaia fosse ormai un privilegio per pochi fortunati.

Cosa ci racconta questa differenza? Che i francesi sono dei fancazzisti? O che gli italiani siano legati mani e piedi al posto di lavoro, felici di lavorare fino all’ultimo respiro?

Niente affatto. La verità è più amara: in Francia c’è ancora la percezione che il lavoro e la pensione siano frutto di conquiste sociali, non di concessioni del potere. In Italia, al contrario, da decenni ci hanno convinti che “non ci sono alternative”, che “i conti non tornano”, che bisogna “rispettare i vincoli di bilancio”. E così abbiamo accettato tutto:  di lavorare sempre di più, di guadagnare sempre meno, e con la prospettiva di una pensione che sarà poco più di una mancia.

Il sistema contributivo, introdotto negli anni Novanta e poi progressivamente esteso, ha trasformato la pensione in una sorta di “sussidio”: prendi solo ciò che versi, senza alcuna rivalutazione, senza nessun adeguamento al costo della vita, a fronte di salari da fame che non consento di versare quei contributi necessari ad assicurarsi una vecchiaia serena e dignitosa.

Il risultato? Assegni da fame per chi, un giorno, riuscirà davvero a smettere di lavorare.

Ma il problema non è solo economico. È culturale e politico. Gli italiani non protestano più perché non credono più che serva. La fiducia nella rappresentanza sindacale è ai minimi storici. La politica è concentrata su tutt’altro e l’opinione pubblica sembra anestetizzata da un senso di impotenza collettiva.

Invece di indignarci, ci arrangiamo. Invece di chiedere riforme giuste, troviamo scorciatoie individuali: pensioni anticipate, lavori in nero, fughe all’estero. Tutto pur di non guardare in faccia la verità: che il lavoro non è più un mezzo per vivere, ma una condanna a tempo indeterminato.

Intanto, la distanza con gli altri Paesi cresce. Non solo nei numeri, ma nella dignità del lavoro. I francesi difendono un principio: che dopo una vita di contributi, di fatica e di tasse, si abbia diritto ad un po’ di tempo libero per vivere di pensione gli ultimi anni della  vita. Gli italiani, invece, sembrano aver dimenticato persino di averlo, quel diritto.

E così, mentre a Parigi si lotta per due anni in più, a Roma ci si prepara a lavorare fino a settanta!

Loro scendono in piazza, noi scendiamo le braghe!
Loro difendono il diritto a vivere, noi ci accontentiamo di sopravvivere.

Autore Gregorio Scribano
Categoria Economia
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